Il 23 maggio 1953 Torino visse una delle giornate più drammatiche della sua storia moderna.
Una violenta tempesta, accompagnata da raffiche di vento devastanti e da una probabile tromba d’aria, colpì il capoluogo piemontese spezzando la guglia della Mole Antonelliana, il simbolo stesso della città. In pochi istanti, 47 metri della cuspide crollarono nel cortile sottostante della sede Rai, lasciando i torinesi increduli davanti a una scena apocalittica.
Quella sera Torino era stata soffocata da un caldo anomalo, quasi estivo. Il termometro aveva toccato i 35,8 gradi, un record assoluto per il mese di maggio. Poi, all’improvviso, il cielo cambiò colore: nuvole scure, polvere sospinta dal vento e un fronte temporalesco violentissimo investirono la città. Alberi abbattuti, automobili rovesciate, tetti divelti e strade allagate trasformarono il centro urbano in uno scenario di devastazione.
Alle 19:25 avvenne l’impensabile. La parte più alta della Mole Antonelliana, allora interamente costruita in muratura, cedette sotto la furia della tempesta. La gigantesca guglia precipitò verso il basso sfiorando le finestre della sede Rai. Tra coloro che assistettero increduli alla scena vi era anche un giovane cronista destinato a diventare uno dei volti più amati della televisione italiana: Piero Angela.
Nonostante la violenza del crollo, il bilancio fu quasi miracoloso: nessuna vittima diretta sotto la Mole. La tempesta però provocò complessivamente cinque morti e oltre duecento feriti in città. Per i torinesi fu come vedere ferita la propria identità. La Mole, progettata da Alessandro Antonelli e completata nel 1889, era considerata il più alto edificio in muratura d’Europa con i suoi 167,5 metri.
La tragedia fece il giro d’Italia e rimase impressa nella memoria collettiva anche grazie alla celebre copertina della La Domenica del Corriere del 31 maggio 1953, illustrata da Walter Molino. L’immagine mostrava la Mole mutilata mentre il vento e i fulmini sembravano accanirsi contro il monumento simbolo di Torino.
La ricostruzione iniziò pochi anni dopo. Questa volta, però, gli ingegneri decisero di non affidarsi più soltanto alla muratura: la nuova guglia venne realizzata con un’anima metallica rivestita in pietra e dotata di rinforzi in acciaio, per resistere meglio agli eventi atmosferici estremi. I lavori terminarono nel 1960 e la Mole tornò a dominare il cielo torinese con la sua nuova stella a dodici punte.
Oggi quell’episodio resta uno dei momenti più impressionanti della storia della città. Le fotografie della Mole “decapitata” continuano ancora a colpire chi le osserva: immagini che raccontano non solo la forza distruttiva della natura, ma anche la capacità di Torino di rialzarsi e ricostruire il proprio simbolo più amato.