Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
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Il 20 maggio è una di quelle date che sembrano scritte con l’inchiostro delle nuvole.
Nel 1927 Charles Lindbergh decollò da Roosevelt Field a bordo dello Spirit of St. Louis. L’idea era semplice solo sulla carta: attraversare l’Atlantico da solo, senza scalo, fino a Parigi. Trentatré ore e qualche inevitabile ripensamento dopo, arrivò davvero. In pratica cucì Stati Uniti ed Europa con un’elica, un motore e quella sobria dose di incoscienza che spesso viene scambiata per genio.
Cinque anni dopo, stesso giorno, altra partenza, altro destino: il 20 maggio 1932 Amelia Earhart decollava da Harbour Grace, Terranova, a bordo del suo Lockheed Vega rosso. Non arrivò a Parigi come sperava, ma atterrò in Irlanda del Nord, vicino a Londonderry. Bastò: era diventata la prima donna a trasvolare l’Atlantico in solitaria.
Lindbergh fu l’eroe con il berretto da aviatore; Earhart fu qualcosa di più scomodo: una donna che non chiedeva permesso al secolo. Non entrò nella storia dalla porta principale: ci atterrò sopra, con l’aplomb di chi aveva appena dimostrato che “non si può” è spesso solo una frase pronunciata da chi resta a terra.
In giorni di Salone Internazionale del Libro di Torino e di mondi salvati dalle ragazzine, Amelia pare la sorella aeronautica di Nellie Bly - la "fimmina di Pittsburg": stessa allergia per le gabbie, stessa capacità di scardinarle con una penna affilata e un coraggio che non chiede permesso. Bly fece il giro del mondo per battere il tempo. Earhart attraversò l’oceano per battere un pregiudizio.
E l’aforisma, naturalmente, è già lì pronto come un manuale di volo: “Le donne, come gli uomini, dovrebbero tentare l’impossibile. E quando falliscono, il loro fallimento dovrebbe essere una sfida per gli altri.”
Altro che fragilità. Ci sono ragazze che non salvano il mondo. Con garbo, lo obbligano a decollare.
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