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| Venice Was All in Gold (Venezia era tutta d'oro) del 1961, realizzata da Lucio Fontana |
A Torino l’oro diventa racconto, materia e simbolo in una mostra che attraversa sei secoli di storia dell’arte. Dal 23 aprile al 22 maggio 2026 gli spazi espositivi di Ersel, in Piazza Solferino 11, ospitano “The Golden Hour – L’oro dal figurativo all’astrattismo”, progetto curato da Chiara Massimello e pensato per indagare il fascino senza tempo del metallo più celebrato dall’immaginario umano. Circa sessanta opere, provenienti da collezioni private e gallerie internazionali, costruiscono un percorso che mette in dialogo epoche lontanissime, dal Quattrocento fino alla contemporaneità.
Il titolo della mostra richiama la cosiddetta “golden hour”, quell’istante della giornata in cui la luce del sole diventa morbida, calda, avvolgente. È il momento preferito da fotografi e pittori, perché ogni superficie sembra caricarsi di una vibrazione speciale. Trasportare questa idea in un’esposizione significa riflettere non solo sull’oro come materiale, ma anche sulla luce che esso genera, sulla sua capacità di catturare lo sguardo e trasformare la percezione dello spazio. In fondo, l’oro nell’arte è sempre stato questo: una soglia tra visibile e invisibile, tra materia concreta e dimensione simbolica.
Il percorso torinese parte dalle opere antiche, quando l’oro aveva una funzione profondamente spirituale. Nei fondi dorati della pittura medievale e rinascimentale il metallo prezioso non era semplice decorazione. Serviva a evocare il divino, a sospendere le figure in uno spazio eterno, sottratto al tempo umano. Gli artisti utilizzavano foglie d’oro per illuminare pale d’altare, icone e tavole devozionali, facendo sì che la luce reale delle candele si fondesse con quella simbolica della rappresentazione sacra. In mostra compaiono nomi come Sano di Pietro e Zanetto Bugatto, testimoni di quella stagione in cui il colore oro era linguaggio teologico prima ancora che estetico.
Accanto a queste presenze storiche, la mostra propone un salto nei linguaggi del Novecento e del XXI secolo. Qui l’oro cambia funzione. Non rappresenta più soltanto il sacro, ma diventa superficie mentale, provocazione, riflessione sul valore economico e sull’ossessione per il lusso. L’esposizione mette così in relazione artisti molto diversi tra loro: Lucio Fontana, Man Ray, Giuseppe Penone, Vanessa Beecroft, Bruno Munari e Francesco Vezzoli. L’effetto non è quello di una semplice rassegna di nomi celebri, ma di un confronto serrato su come uno stesso materiale possa assumere significati opposti.
Nel lavoro di Fontana, per esempio, l’oro amplifica la tensione cosmica delle superfici tagliate o perforate. La materia diventa energia pura, luce che si apre allo spazio. In altri casi, come nelle ricerche di Vezzoli, il metallo prezioso può trasformarsi in ironia sofisticata, richiamo alla cultura popolare e al sistema del desiderio contemporaneo. Con Man Rayl’oro può assumere sfumature surreali, mentre con Giuseppe Penone entra in relazione con la natura, il corpo, il tempo organico.
Interessante anche la presenza di autori legati alla sperimentazione materica e concettuale, come Agostino Bonalumi e Armando Marrocco, che reinterpretano il monocromo e la superficie. Qui l’oro smette di essere semplice colore e diventa struttura, pelle dell’opera, presenza fisica che reagisce alla luce ambientale. Cambiando punto di vista, cambia anche il lavoro davanti agli occhi dello spettatore.
La forza della mostra sta proprio in questo: dimostrare che l’oro non è mai neutrale. Ogni epoca lo ha reinventato secondo i propri bisogni culturali. Nel passato significava eternità, potere, trascendenza. Nell’età moderna e contemporanea può indicare ricchezza, consumo, artificio, oppure al contrario memoria e fragilità. È un materiale che seduce ma anche interroga. Perché attribuiamo tanto valore a ciò che luccica? Perché il colore dell’oro continua a evocare prestigio persino nelle società più disincantate?
Torino si conferma così una città capace di proporre mostre intelligenti e non convenzionali. Lontano dai grandi circuiti museali internazionali, il capoluogo piemontese continua a costruire una propria identità culturale fatta di ricerca, dialogo tra epoche e attenzione alla qualità curatoriale. Gli spazi di Ersel, già noti per iniziative artistiche precedenti, diventano ancora una volta un luogo in cui il collezionismo privato incontra il pubblico e rende accessibili opere spesso difficili da vedere riunite insieme.
Visitare “The Golden Hour” significa anche osservare come cambia il nostro sguardo davanti alla stessa sostanza. Un fondo oro quattrocentesco ci invita al silenzio. Una superficie contemporanea dorata può invece spingerci a riflettere sul mercato, sul design, sulla società dell’immagine. Tra questi estremi corre una lunga storia di metamorfosi estetiche.
In un tempo dominato dalla velocità digitale e dall’iperproduzione visiva, una mostra dedicata all’oro ricorda qualcosa di essenziale: alcuni materiali conservano un potere ancestrale. Continuano a parlarci perché attraversano secoli, religioni, mode e ideologie. Restano lì, intatti, capaci di riflettere la luce e insieme le contraddizioni di chi li osserva.
“The Golden Hour – L’oro dal figurativo all’astrattismo” non celebra soltanto la bellezza del metallo prezioso. Racconta come l’arte trasformi la materia in pensiero. Ed è forse questo il vero tesoro custodito nelle sale torinesi: la capacità degli artisti di prendere qualcosa di antico e farlo risplendere ancora, con significati sempre nuovi.
In mostra, grazie a prestiti di collezionisti privati e importanti gallerie internazionali, saranno esposte opere di Luciano Bartolini, Lothar Baumgarten, Vanessa Beecroft, Mirella Bentivoglio, Maurizio Bertinetti, Bertozzi e Casoni, Remo Bianco, Anna Boghiguian, Nicola Bolla, Agostino Bonalumi, Oswaldo Bot, Zanetto Bugatto, Pier Paolo Calzolari, Luca Ceccherini, Gino De Dominicis, Marco De Sanctis, Lucio Fontana, Andrea Francolino, Martino Gamper, Franco Guerzoni, Mark Handforth, Giulia Iacolutti, Alfredo Jaar, Sophie Ko, Gabriel Kuri, Maestro del Demidoff, Maestro di San Jacopo a Mucciana, Giacomo Manzù, Elio Marchegiani, Armando Marrocco, Fausto Melotti, Marzia Migliora, Bruno Munari, Luigi Ontani, Giuseppe Penone, Ornaghi & Prestinari, Laura Panno, Man Ray, Salvo, Sano di Pietro, Marinella Senatore, Paolo Serra, Hassan Sharif, Gian Maria Tosatti, Arturo Vermi, Francesco Vezzoli, Gianfranco Zappettini, Tobias Zielony e Gilberto Zorio.
