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lunedì 20 aprile 2026

Sinner: fiorentino ma non troppo

di Claudio Pasqua


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Un editoriale di Mauro Mazza che accusa Jannik Sinner  di essere italiano ma non troppo, è stato ampiamente criticato in rete.

Mazza presenta la propria opinione come condivisa da tutti, attacca il successo di Sinner, attacca tratti superficiali come accento e capelli rossi, e manifesta il narcisismo del vecchio opinionista abituato a orientare il consenso. Dimenticando che Sinner invece rappresenta un’Italia moderna globale e meritocratica fondata sui risultati che mette in crisi stereotipi e nostalgie culturali profonde ormai diffuse ancora oggi nel Bel Paese. 


Ma cosa avrebbe detto un cronista come Mauro Mazza se fosse vissuto nel primo Cinquecento, e se di mira avesse preso nientemeno che il genio di Leonardo da Vinci con il tono di un cronista fiorentino borbottante? 


Leonardo, fiorentino ma non troppo
di Ser Mauro Delle Mazze, commentatore di cose d'arte e di costume


A dirla schietta, quel Leonardo dai capelli mossi noi lo ammiriamo forte, e le sue maraviglie ci scaldano il core; e lui intanto se ne sta quasi impassibile. Ma amarlo, no. Non ci viene fatto d’immedesimarci in lui, per più cagioni: ch’egli è troppo presso alla perfezione dell’arte; ha una concentrazione che par soprahumana; sempre si governa nelle passioni, e raro mostra d’esser mosso a vera commozione.


Insomma, Leonardo da Vinci è troppo discosto dal fiorentino comune — quale siamo e quale ci dipingiamo — perché nasca naturalmente identificazione tra i suoi fedeli ammiratori e ’l maestro che sopra tutti primeggia.


È fiorentino per modo di dire, più eccellente cittadino del mondo che figliuolo della nostra terra. Né ciò avviene per difetto di favella: ché, benché pensi in latino e ragioni in geometria, parla purissimo toscano. S’affatica, vi pone ogni studio, e ha perfino imparato quasi tutte le stanze della Divina Commedia del Sommo Poeta. Ma mentre centinaia di fiorentini sugli spaldi d’Ognissanti, e milioni d’anime attaccate alle preci, avevano quasi i lucciconi agli occhi, egli si mostrava lieto ma raccolto, come se quel trionfo testé conseguito — con sì fatta commessa ducale ricuperata — fosse cosa ordinaria e necessaria.


Per farne esempio restando in materia, prendiamo Michelangelo Buonarroti: bello nel furore, gagliardo di braccio, piacevole quando vuole, valentissimo di scalpello, degno d’applauso e favore. Lui sì che pare uomo nostro, quale si legge nelle novelle del Giovanni Boccaccio. È uno di noi che l’ha fatta grande. Ci par di somigliargli anco nelle sue ricorrenti cadute, nelle fortune alterne — avete presenti le discese ardite e le risalite co’ committenti? — e persino ne’ suoi amori non sempre lieti né durevoli, e nelle sue zuffe memorabili con chiunque gli si ponga traverso.


Leonardo è perfetto, troppo diverso perché ce lo sentiamo vicino. Anche quando, domenica passata, appena consegnata la Vergine delle Rocce al priore di San Francesco Grande, andò presso la sala a salutare i convenuti e rimase quasi impassibile: un sorriso, strette di mano veloci, e via oltre. Noi ci domandavamo: bene col garzone, col mecenate e col fratellastro; ma ora che viene la dama, bellissima e biondissima, si lascerà ire? Saravvi abbraccio d’amore e bacio focoso? Macché: sorriso composto, un bacetto in guancia, braccia appena a sfiorar le spalle, pochi momenti, nulla più.


No, Leonardo non è come noi, né come vorremmo essere per arte magica. In fondo ci piacciono anco i nostri difetti, per quella alchimia tutta fiorentina che tiene insieme colpi di genio e spropositi clamorosi.


Ed ora — colpa sopra ogni colpa — eccolo che se ne va in Francia. In Francia! Alla corte di Francesco I di Francia, che lo tratta come gioiello prezioso, ornamento da mostrare agli ospiti d’Oltralpe. Lui, che potrebbe star qui tra noi, elegge di consumare gli ultimi anni suoi ad Amboise, sul fiume Loira, lontano dall’Arno, lontano dal romore del mercato, lontano dalle nostre voci alte e da’ gesti larghi. Se ne va sereno, quasi sollevato, come se la nostra compagnia gli gravasse un poco.


Certo, diverremmo per miracolo più ingegnosi e forse ricchissimi. Ma ci troveremmo anco un poco più tristi, ché senza un pizzico di sregolatezza il genio fatica assai a manifestarsi.”


Per confronto: l'articolo di Mauro Mazza su L'Arena del 18 aprile 2026




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