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mercoledì 22 aprile 2026

L'Italia e la paura del futuro: «Guardiamo troppo indietro»

Gabriele Segre e Marco Zatterin a confronto su La fine della fine della storia, il nuovo libro edito da Bollati Boringhieri sulla difficoltà di abitare la scomodità del mondo

A cura di Giovanni Firera






Viviamo in un'epoca che corriamo il rischio di non capire. Lo sentiamo nel disagio quotidiano — quella sensazione diffusa che qualcosa si sia rotto, che il mondo che conoscevamo stia scivolando via. Eppure, invece di guardare avanti, continuiamo a voltarci indietro. È questa la diagnosi che emerge dall'incontro tra Gabriele Segre e il giornalista Marco Zatterin: un dialogo lucido sulla condizione psicologica collettiva dell'Italia — e dell'Occidente — di fronte alle trasformazioni profonde del nostro tempo.


Al centro c'è La fine della fine della storia (Bollati Boringhieri), il cui sottotitolo — Abitare la scomodità del mondo — è già di per sé un programma. Non una ricetta per star meglio, ma un tentativo di capire dove siamo e perché facciamo così fatica a stare nel presente.È un presente che non riusciamo tanto a interpretare», dice Segre. Non sappiamo più bene chi siamo — italiani, europei, democratici — in un mondo che cambia a velocità crescente. Ci sono tecnologie, l'intelligenza artificiale su tutte, che non comprendiamo a fondo ma di cui intuiamo già gli effetti dirompenti sul lavoro e sull'identità. E poi c'è la cascata di crisi — sanitarie, climatiche, geopolitiche, economiche — una dopo l'altra, senza il tempo per elaborare. Zatterin coglie il paradosso: il mondo accelera, ma noi sentiamo il bisogno di fermarci. Siamo paralizzati tra la velocità del cambiamento e l'ansia di catastrofe imminente, con la sensazione che il nostro piccolo mondo perfetto non esista più e non tornerà. Di fronte all'incertezza, la risposta collettiva più diffusa è guardare indietro: tornare alle tradizioni, alla famiglia, alla religione, ai confini nazionali. È quello che Segre chiama il «mito del passato»: la convinzione, spesso inconscia, che si stesse meglio prima. Comprensibile sul piano psicologico — il passato sembra conoscibile, controllabile, sicuro — ma doppiamente problematico. Il passato che immaginiamo non è mai esistito come lo ricordiamo, ed è soprattutto inutile: l'intelligenza artificiale non si governa con gli strumenti del secolo scorso, la crisi climatica non si risolve con le politiche degli anni Settanta. Come osserva Zatterin citando il libro, «non manca tanto il sogno, ma la capacità di guardare oltre quello che ci sta succedendo. E soprattutto la forza di non guardare soltanto dietro.»


La proposta di Segre non è confortante nel senso facile del termine. Offre qualcosa di più difficile e onesto: l'invito ad accettare la scomodità come condizione strutturale di questo momento. «Ogni tanto nella vita non ci puoi fare niente. Devi stare nell'incertezza, devi riflettere di fronte a sfide che non sempre sono risolvibili con la scienza o con la tecnica.» Non rassegnazione, ma umiltà: smettere di cercare certezze che non esistono, smettere di delegare il pensiero a chi promette soluzioni semplici a problemi complessi. E riconoscere — come suggerisce un dettaglio culturale evocato nel dialogo, il saluto cinese che chiede «hai mangiato?» al posto di «come stai?» — che forse parte del disagio occidentale nasce da parametri di benessere talmente astratti da risultare irraggiungibili. La chiusura è di un cauto ottimismo. «Metterci nella matrice di comprensione delle cose e poi fare il prossimo passo avanti, che comunque avviene sempre», dice Segre. Il futuro non si costruisce ignorando il presente né tornando a un passato idealizzato. Si costruisce attraversando la scomodità, elaborandola. Il disorientamento che sentiamo, per quanto doloroso, è anche il segno che qualcosa di nuovo sta prendendo forma. Il compito è trovare gli strumenti per capirlo, invece di voltarsi dall'altra parte.






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