Intervista a Rosanna Romanisio Amerio
Mentre il 2026 si avvicina portando con sé la promessa del riconoscimento IGP per il Gianduiotto, le storie torinesi che hanno reso possibile quel cioccolatino — e tutto ciò che vi gira intorno — chiedono di tornare a farsi raccontare. Una delle più affascinanti è quella della famiglia Prochet, anzi delle famiglie Prochet, perché il cognome dei valdesi scesi dalla Savoia a metà Ottocento si è ramificato fra cristallerie, cioccolato e tessuti, intrecciandosi con i Caffarel e con i Gay in un disegno quasi romanzesco. A custodirne la memoria, sotto i portici di via Pietro Micca, c'è da decenni il negozio Prochet dei cristalli, porcellane e cose belle, condotto per molti anni da Rosanna Romanisio Amerio e oggi diretto dalla figlia. È a lei che abbiamo chiesto di accompagnarci in questo viaggio fatto di vetrerie alpine, Lettere Patenti, Carnevale e barchette rovesciate.
L'intervista
Lei si definisce, insieme ai suoi, "erede morale" dei pronipoti di Michele Prochet il Cioccolataio. Perché il riconoscimento IGP del Gianduiotto vi tocca così da vicino?
Ecco perché, come eredi morali dei pronipoti di Michele Prochet il Cioccolataio, noi del Prochet dei cristalli, porcellane e cose belle non possiamo che gioire se il 2026 sarà l'anno del riconoscimento ufficiale IGP per il Gianduiotto, che proprio dal cioccolataio Michele Prochet fu ideato e realizzato.
Domanda d'obbligo: a casa Prochet sono nate prima le "Cose Belle" o i Gianduiotti?
Lo dico subito: si tratta di un'eredità aziendale e del ricordo di una famiglia che non è la mia, ma a cui tengo moltissimo. Sotto il nome dei Prochet, per una qualche casualità fortunata del destino, mi sono ritrovata a condurre una delle tante attività da loro avviate, e pur non essendo parte della loro famiglia, per un senso di rispetto verso quel che è stato — quella che potrei chiamare una "eredità morale" — ho il piacere di riportarne ogni tanto una piccola porzione di memoria.
C'è un oggetto da cui questa ricostruzione è partita: una targa d'ottone, oggi scomparsa.
Lo so, raccontare una storia del passato — pur "dolce", e pur fatta di "cose belle" — partendo dal ricordo di un qualcosa che non si trova più è decisamente scorretto. Ma quella targa d'ottone, leggermente sagomata ai lati, velatamente arrugginita intorno alle lettere dei nomi Caffarel Prochet Gay & C. incisi su di essa, incastonata sul portoncino d'ingresso del magazzino della ditta Prochet dal lato che dà su via Barbaroux, me la ricordo come se l'avessi davanti agli occhi ancora ora. Con tutti i lavori di ammodernamento che si sono susseguiti negli anni, nessuno sa più dove sia finita.
Trovare il nome "Caffarel" su quel portoncino dovette far sorgere parecchie domande.
Erano gli anni Settanta e i miei genitori avevano da poco rilevato l'azienda Prochet, il negozio dei cristalli, porcellane e cose belle: niente cioccolata, né Gianduiotti. Eppure, incredibilmente, il nome Caffarel stava lì! Lo stile grafico era più o meno quello leggermente svolazzante, con tanto di data aziendale "1896", che ho ritrovato cercando fra le molte varianti del marchio Caffarel Prochet. Come e perché era finita lì quella targhetta? Che ci faceva il nome Caffarel sul portoncino del magazzino di un negozio di cristalli? Tracce di cioccolata o Gianduiotti in quella sede — purtroppo — non ne abbiamo mai trovate. Però è proprio da quella muta testimonianza, anche in via Barbaroux, di un legame famigliare e aziendale fra i due noti cognomi valdesi, che è nata la ricostruzione di questa storia.
Allora proviamo a inoltrarci in quei meandri. Da dove parte tutto?
La storia dei Prochet e dei Caffarel s'intreccia attraverso parentele talvolta un po' confuse di nipoti, zii, nonni e pronipoti; è una storia divenuta tipicamente torinese ma con origini oltralpe lontane nel tempo, sospinta da tre fatti storici di metà Ottocento, indipendenti fra loro: la Savoia che da italiana divenne francese; la crisi di alcune vetrerie piemontesi; l'emissione delle Lettere Patenti di Carlo Alberto. Tre fatti che furono le tre cause dell'arrivo a Torino di tal Michele Robert, da cui buona parte di questa storia ha inizio.
Esaminiamoli uno per uno.
Nel 1848, Carlo Alberto di Savoia aveva emanato le Lettere Patenti con cui concedeva pieni diritti civili e politici ai valdesi del Regno di Sardegna: i protestanti valdesi avevano finalmente libertà di culto, accesso alle scuole, alle professioni, alla residenza libera nel Regno. Negli stessi anni, le due principali manifatture reali di vetri e cristalli — quella dei Baud e Gaillard, nota come vetreria di Thorens in Alta Savoia, e quella di Chiusa Pesio nel cuneese, fra le principali fornitrici delle grandi residenze sabaude — entrarono in forte crisi e prospettarono la chiusura. Infine, nel marzo 1860, la Savoia divenne francese a seguito del Trattato di Torino: il Regno di Sardegna, all'epoca di Vittorio Emanuele II e di Cavour, la cedette alla Francia di Napoleone III insieme alla Contea di Nizza, come compenso per il sostegno militare offerto nella Seconda Guerra d'Indipendenza.
E in questo scenario entra Michele Robert Prochet "il vecchio".
Michele Robert — aziendalmente e per qualche verso, sebbene non esistano documenti ufficiali a dimostrarlo, anche parentalmente — è l'avo dei Prochet dei cristalli; per questo lo chiameremo Michele Robert Prochet il vecchio. Era di fede valdese, era stato direttore della vetreria di Thorens e poi di quella di Chiusa Pesio, e viveva in Savoia. Persona operosa e dinamica, una volta licenziato dalla vetreria di Chiusa Pesio — di cui fu l'ultimo direttore prima della chiusura definitiva — fece buon uso dell'abbondante quantità di bottiglie da vino, caraffe e flaconi con cui fu "liquidato"; e considerando che la Savoia era ormai francese, e che nel Regno d'Italia, grazie alle Lettere Patenti, i valdesi avevano piena libertà, se ne venne a Torino con il suo "tesoretto" di vetri, aprendo bottega in via Santa Teresa e successivamente in via Nizza.
Mentre lui apriva bottega, l'altro Prochet — il cioccolataio — stava cambiando per sempre la storia del cioccolato piemontese.
Erano gli anni in cui il blocco continentale napoleonico rendeva quasi impossibili le importazioni dal Sud America, e il prezzo del cacao in Piemonte saliva vertiginosamente. Nel 1852 Michele Prochet il cioccolataio — prozio, come vedremo, dei tre fratelli che condurranno il negozio dei cristalli — per ovviare al problema inventò e perfezionò una ricetta che sostituiva una parte del cacao con nocciole Tonda Gentile delle Langhe finemente tritate e tostate, dando vita di fatto alla pasta che in seguito si sarebbe chiamata Gianduia. Quel cioccolatino "improvvisato" prendeva la forma di una barchetta rovesciata e gli fu dato il nome di givo (gìu): in piemontese, "cicca", fondo di sigaretta.
Nel 1861 Torino diventa capitale d'Italia. Anche per il ramo dei cristalli si muove qualcosa.
Esattamente: nel 1861 Michele Robert Prochet il vecchio, che già aveva le botteghe di via Santa Teresa e di via Nizza, acquistò una bottega in via Monte di Pietà 12. Era la Torino che proprio quell'anno era diventata capitale del Regno d'Italia.
E l'anno seguente arriva un matrimonio che, a posteriori, suggella il legame fra i due rami.
Nel 1862 il fratello di Michele Prochet il cioccolataio, il pastore Matteo Prochet — per trentacinque anni presidente del Comitato di Evangelizzazione della Chiesa valdese — sposò la giovane Milca Caffarel, figlia dell'imprenditore del cioccolato Pierre Paul Caffarel e di Olimpia Gay. Matteo Prochet risulta tra l'altro proprietario di un negozio di tessuti, fondato a Torino nel 1849 da C.S. Caffarel, in piazza San Carlo angolo via Maria Vittoria. Sono proprio i due fratelli Matteo e Michele Prochet l'anello di congiunzione con i Prochet del negozio di cristalli, porcellane e cose belle.
Il Gianduiotto come lo conosciamo prende forma proprio in quegli anni di gran fervore commerciale.
Per una decina d'anni la nuova vita travolge la città: il Magazzino di cristalli e vetri esteri e nazionali di Michele Robert Prochet il vecchio ottiene un grande successo, e lo stesso accade in campo dolciario. Nel 1865 al cioccolatino a forma di barchetta rovesciata viene dato il nome di Gianduiotto. Avviene anche la fusione con il nome Gay: la ditta del cioccolataio prende infatti la denominazione Prochet, Gay e Compagnia e — come si rileva dalla Guida alla Città Paravia del 1867 — ha sede nel "deposito via Nuova accanto al n. 38" (poi via Roma). Sarà durante il Carnevale del 1869 che la maschera Gianduia, con tanto di decreto, autorizzerà Prochet a dare il suo nome al cioccolatino, che verrà poi commercializzato come Gianduiotto dalla Caffarel Prochet.
Nel frattempo, l'attività dei cristalli passa di mano.
Michele Robert il vecchio, ormai avanti negli anni, cedette l'attività a un promettente e omonimo nipote, Michele Robert il giovane, che condusse con grande successo le botteghe del nonno. Nel 1876 anche lui, come il prozio cioccolataio, entrò in società con un Gay: esattamente con Gabutti e Gay.
E qui si apre un capitolo molto torinese: la nascita di via Pietro Micca.
Nel 1877 in città venne presa una decisione architettonica ardua, innovativa e "rivoluzionaria": durante il consiglio comunale, il sindaco Sambuy propose il realizzo di una via Diagonale nel centro, che unisse Piazza Castello a piazza Solferino, alla moda delle grandi capitali europee. Due anni dopo, nel 1879, Michele Prochet il cioccolataio entrò in società con Paul-Ernest Caffarel, anch'egli valdese e già fabbricante di cioccolato: nasceva la Caffarel-Prochet e Compagnia. Nel 1885 iniziarono i lavori di sventramento del centro storico per realizzare la Diagonale. Cambiamenti societari avvengono anche nei Prochet dei cristalli e delle cose belle: nel 1892 la ditta di Michele Robert il giovane assunse la denominazione Robert, Vassallo, Gay e C.. Nel 1896 i lavori per la Diagonale erano terminati e, sotto i suoi portici, si stabilì la Ditta Prochet Vassallo e Gay: dopo lunghe diatribe cittadine, la nuova via fu poi intitolata a Pietro Micca.
Arriviamo al 1921, e al passaggio decisivo ai tre fratelli.
Nel 1921 l'attività passò dallo zio Michele Robert il giovane ai suoi tre nipoti: Camillo, Enrico e Adolfo Prochet. I tre fratelli proseguirono per molti anni con grande successo l'attività dello zio. È affascinante notare come alcune fonti — penso a M. Marsero, Dolci delizie subalpine. Piccola storia dell'arte dolciaria a Torino e in Piemonte, Anteprima, Torino 2004, pp. 123-127 — riportino il dato che il nonno di questi tre ragazzi fosse proprio quel Matteo Prochet, pastore valdese, marito di Milca Caffarel — figlia del celebre cioccolatiere Pierre Paul Caffarel — e fratello di Michele Prochet il cioccolataio, inventore del Gianduiotto e socio di Caffarel: che risulterebbe dunque il prozio dei tre. Questo renderebbe i titolari del negozio di cristalli pronipoti del "padre" del Gianduiotto.
Cosa rende, oggi, indissolubile il legame fra Prochet, Caffarel e Gay?
Se a quanto detto aggiungiamo la ricorrente presenza della famiglia Gay nelle società di entrambi i rami, il legame appare appunto indissolubile. Nonostante la complessità di un albero genealogico in cui è facile perdersi — considerata la ricorrenza, in famiglia Prochet, dei nomi di battesimo Camillo, Michele ed Enrico — abbiamo ottenuto la certezza di un legame strettissimo fra i Prochet dei cristalli, porcellane e cose belle, i Prochet dei Gianduiotti e i Caffarel: tre famiglie valdesi operose, che hanno lasciato eredità preziose e durature alla nostra città.
E lei, in tutto questo, dove si colloca?
Non posso negare di essere fiera di essermi trovata a condurre per molti anni una di queste attività, oggi di mia figlia, che ne porta avanti lo spirito con la stessa cura. Sotto i portici di via Pietro Micca, dietro le vetrine dei nostri cristalli, delle porcellane e delle "cose belle", continua in qualche modo a vivere quella Torino valdese e operosa del secondo Ottocento: una città che sapeva fare con le mani e pensare in grande, e che fra Savoia, Langhe e Cuneese ha costruito un'idea di eleganza quotidiana mai scaduta nel manierismo. Essere stata, per un tratto, depositaria di quel filo mi è parso — e mi pare ancora — un piccolo onore.
E quando passa, oggi, davanti a un Gianduiotto in vetrina, cosa pensa?
Penso che non sia un cioccolatino a cui si possa guardare in modo distratto. Ogni volta mi tornano in mente quella barchetta rovesciata nata negli anni del blocco continentale, le nocciole Tonda Gentile finemente tostate, il decreto carnevalesco con cui Gianduia concesse il proprio nome, e tutta la rete di parentele e di lavoro che ha permesso a quel givo di arrivare fino a noi. Quando il 2026 porterà — ce lo auguriamo — il marchio IGP, non sarà soltanto il riconoscimento di una specialità dolciaria: sarà un sigillo apposto su una storia di famiglie, di valli, di vetrerie chiuse e di botteghe aperte. E noi del Prochet dei cristalli, pur essendo "soltanto" una bottega di cose belle, ci sentiremo in qualche modo anche noi sotto quel sigillo.
Se dovesse riassumere in una parola tutta questa vicenda, quale sceglierebbe?
Direi intreccio. Perché qui tutto è intrecciato: i cognomi Prochet, Caffarel e Gay; la fede valdese e il Risorgimento; la Savoia divenuta francese e il Piemonte divenuto italiano; il vetro soffiato di Thorens e la pasta di nocciole delle Langhe; via Santa Teresa, via Nizza, via Monte di Pietà e quella nuova "Diagonale" che sarebbe poi diventata via Pietro Micca. Più che una storia di famiglia, è un piccolo arazzo torinese. E gli arazzi, si sa, vanno guardati da vicino — un filo per volta — per capirne davvero il disegno.