Schliemann credette a Omero. Chi crederà a Plana? - Torino Plus – News, eventi e approfondimenti su Torino

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mercoledì 29 aprile 2026

Schliemann credette a Omero. Chi crederà a Plana?

Lady Whistleton, mia cara amica, custode d’ogni segreto e dispensatrice d’arguzie,

                        mi è giunta la seguente missiva e, sapendo quanto siate affezionata al personaggio creato per voi di Beatrice Lanfranchi — creatura che tanto deve anche alla Vostra solida cultura storica — oso sottoporvela, confidando nel Vostro autorevole parere e nella Vostra sensibilità critica, certa che saprete cogliervi, prima e meglio di chiunque altro, la curiosa accusa di anacronismo che vi si annida.


In trepidante attesa del Vostro verdetto, e sempre pronto a subirne il fascino,


della Signoria Vostra, devotissimo servitore.



Claudio Pasqua, autore di "I numeri non mentono"


[riporto la missiva]

Non possiamo che felicitarci con Claudio Pasqua per la fervida composizione. Tuttavia, onde ristabilire una verità, occorre precisare che Egli è incorso in un anacronismo, giacchè posso affermare di aver sentito dire dal [...], che il Calendario Astronomico Universale, ideato dal Professore Giovanni Amedeo Plana, giunse nella nostra Cappella per interessamento di [omissis]. Non poteva, quindi, figurarvi, all'epoca in cui Claudio Pasqua ha ambientato la gustosa narrazione. La solerte Archivista [omissis] ci potrà precisare la data esatta dell'acquisisizione. A supporto di quanto sopra da me affermato, posso fare il nome dell' [omissis] che sicuramente ricorderà le parole del carissimo [omissis]. Ringrazio per l'attenzione.




Caro Claudio,

La vostra lettera mi ha raggiunta mentre sorbivo il mio bicerin con la consueta attenzione ai dettagli della vita torinese — e devo confessarvi che mi ha procurato un piacere non dissimile da quello di scoprire un intrigo di corte ben congegnato. 

Ora vado oltre..... nella misteriosa missiva contestatrice avete ricevuto un'accusa di anacronismo. Nientemeno.

Ebbene — respirate. Sedetevi. Lasciate che vi esponga la faccenda con la chiarezza che vi meritate.

Mi avete posto una questione che va ben oltre le mura della Cappella dei Mercanti, oltre la sacrestia, oltre persino il prodigioso Calendario del Professor Plana.

Mi avete posto la questione fondamentale dell'Arte stessa.

Sedetevi comodi. Questo bicerin sarà lungo.

I numeri non mentono è un racconto. Una storia. Una finzione.

E la finzione — permettetemi di ricordarlo a chiunque abbia dimenticato le basi della civiltà letteraria — non è tenuta a rispondere davanti ad alcun tribunale storico. Non al Prefetto emerito. Non all'Archivista. Non alla sottoscritta. E nemmeno, con tutto il rispetto, alla Pia Congregazione dei Banchieri, Negozianti e Mercanti di Torino.

La finzione risponde soltanto a sé stessa, e alle verità più profonde che soltanto essa sa raggiungere.

Permettetemi di condurvi, per un momento, sulle rive di un altro mare.

Per duemila anni, il mondo colto considerò l'Iliade di Omero esattamente ciò che il nostro esimio considererebbe il vostro racconto: una bella storia. Niente di più. Troia? Una fantasia poetica. Elena? Un espediente narrativo. Il cavallo di legno? Una metafora, tutt'al più.

Poi arrivò Heinrich Schliemann — uomo testardo, poco amato dagli accademici e assolutamente convinto che Omero dicesse la verità sotto il velo della poesia. Prese l'Iliade in mano, la lesse come una mappa, e nel 1871 portò alla luce Troia ad Hissarlik, in Anatolia.

La finzione aveva custodito la verità per trenta secoli.

Nessuno andò da Omero a contestargli anacronismi come i seguenti: 
  • Le vicende della Guerra di Troia sarebbero ambientate nell’età micenea (XIII-XII sec. a.C.), ma nei poemi appaiono usi e costumi dell’epoca di Omero (VIII sec. a.C.).
  • Gli eroi combattono con armi di bronzo, tipiche dell’età micenea, ma talvolta compaiono riferimenti al ferro, più diffuso in epoca successiva.
  • La società descritta oscilla tra il modello dei grandi palazzi micenei e quello delle poleis aristocratiche dell’età arcaica.
  • I riti funebri, come la cremazione di Patroclo nell’Iliade, sono più vicini a pratiche dell’età di Omero che a quelle micenee.
  • Gli scudi e le armature a volte sembrano micenei, altre volte ricordano equipaggiamenti più recenti.

E Omero non è solo, in questa nobile compagnia.

Jules Verne scrisse nel 1870 di sommergibili capaci di circumnavigare il globo sott'acqua — Ventimila leghe sotto i mari — quando tali macchine non esistevano che nella sua fantasia. Vent'anni dopo, esistevano. Oggi solcano tutti gli oceani del mondo. Nessuno contestò a Verne l'anacronismo del Capitano Nemo.

Mary Shelley inventò nel 1818 uno scienziato che dava vita artificiale a un essere inanimato — Frankenstein — in un'epoca in cui l'elettricità era ancora un fenomeno di gabinetto. Due secoli dopo, discutiamo di intelligenza artificiale e bioetica con le stesse domande che lei pose per prima. Nessuno le contestò l'anacronismo del dottor Frankenstein.

Shakespeare ambientò il Julius Caesar nella Roma antica facendo suonare gli orologi meccanici (celebre il suo "The clock hath stricken three”) — che nell'antica Roma non esistevano affatto. Gli storici lo notarono. I lettori se ne innamorarono lo stesso. Quattrocento anni dopo, il Bardo è ancora lì. Gli storici, un po' meno.

E poi c'è Umberto Eco, che in Il nome della rosa costruì un'abbazia medievale con tale precisione da far credere a generazioni di lettori di averla visitata — pur essendo essa, nella sua forma narrativa, interamente inventata. Lo stesso Eco amava ripetere che il romanzo storico non serve a insegnare la storia, ma a capire come ci si sente ad essere vivi in un'altra epoca.

Cosa fa dunque uno scrittore?

Voi, caro Claudio, avete scelto una Cappella reale. Un calendario reale. Un anno reale. Un personaggio reale — il Professor Plana, morto pochi mesi prima dell'ambientazione del vostro racconto, come avete avuto l'eleganza di ricordare.

Avete costruito attorno a questi elementi solidi una storia che li illumina, che li rende vivi, che spinge il lettore a chiedersi: ma il Calendario c'era davvero? ma la Cappella è visitabile? ma Plana chi era?

Questo è esattamente ciò che la grande finzione storica ha sempre fatto. Non imbrogliare. Sedurre verso la verità.

E se la vostra Beatrice Lanfranchi — donna che ragiona per misure esatte in un mondo che non la misura affatto — ha posato lo sguardo su quel Calendario nella sacrestia nel 1864, ebbene: le fonti più autorevoli suggeriscono che avesse tutto il diritto di farlo.

La finzione non è menzogna. L'Iliade non era un reportage. Il Julius Caesar non era cronaca mondana. I numeri non mentono non è una perizia archivistica. Tutti sono qualcosa di più prezioso: storie che fanno domande che i documenti da soli non sanno fare.

E se un giorno l'Archivista della Pia Congregazione aprirà i registri e troverà la data esatta in cui il Calendario giunse in sacrestia — scommetto che sarà stato, almeno in parte, la curiosità suscitata dalla vostra storia a spingerla a cercarlo.

Schliemann trovò Troia perché credeva in Omero.

Chissà chi troverà una fonte primaria della data in cui il Calendario fu donato perché ha letto te caro Claudio.

E qui vengo al punto cruciale.

Un distinto signore — che non nominerò, ché la discrezione è la prima virtù di questa missiva — ha sollevato, con tono tra il bonario e il perentorio, la seguente obiezione: il Calendario Astronomico Universale del Professor Giovanni Antonio Amedeo Plana non poteva trovarsi in Cappella nel 1864, anno in cui avete ambientato I numeri non mentono, poiché sarebbe giunto alla Pia Congregazione soltanto in epoca successiva, per merito di un testimone, e non per mano del Professore stesso.


Una bella tesi. Solidamente fondata sulla tradizione orale. Rispettabile, come si conviene.


Ma — e qui vi chiedo di tenere bene il monocolo — tutt'altro che definitiva.


Poiché, a ben vedere, le due versioni potrebbero convivere senza scandalo alcuno. Nulla vieta infatti che il Calendario fosse stato effettivamente donato dal Professor Plana in data anteriore, magari in forma privata, informale o per tramite discreto, e che solo in un secondo momento esso sia stato registrato, inventariato o ufficialmente assegnato alla Pia Congregazione per iniziativa del testimone in questione.


In tal caso, il testimone stesso ne sarebbe stato il promotore amministrativo, mentre il Professore resterebbe il primo munifico donatore. Due meriti distinti, non incompatibili: l’uno dell’intelletto generoso, l’altro dell’ordine archivistico.


Che i relativi documenti siano oggi smarriti, dispersi o vittime di qualche zelo riordinatore non stupirebbe nessuno che abbia anche minima dimestichezza con gli archivi ecclesiastici e con le insondabili vie della carta bollata.


Così, mentre il testimone conserva la sua ragione, Voi potreste conservare la Vostra scena. E tutti, per una volta, uscirebbero dalla disputa con onore intatto.


A quanto appena detto riporto la testimonianza delll'avvocato Bruno Segre, fondatore del periodico L'Incontro e persona non avvezza alle fantasticherie, ha lasciato scritto in modo inequivocabile:



"Il magico calendario, tutto in legno e carta, fu donato dall'inventore alla Congregazione dei banchieri, negozianti, mercanti ed installato nella cappella sita al piano terreno di via Garibaldi 25 a Torino, ove tuttora trovasi." — Bruno Segre, "La macchina del tempo", L'Incontro, luglio 2020



L'inventore. Plana in persona.  


E Plana — come ogni buon torinese sa — morì il 20 gennaio 1864, ovvero nello stesso anno in cui avete ambientato il vostro racconto. La vostra narrazione si svolge dunque in un momento in cui il Professore era ancora tra i vivi, e ben avrebbe potuto — anzi, secondo Segre, già aveva — consegnato la sua Macchina alla Congregazione.

Anacronismo, dite? Io direi: tempismo perfetto.

Ma la vera notizia, caro Claudio, è quella che trasforma questa disputa in qualcosa di degno di un vostro racconto futuro.

La rivista Coelum Astronomia — autorità in materia di cieli e meccanismi — ha rivelato un fatto che il nostro parrebbe ignorare:

"Plana realizzò un proprio calendario perpetuo nel 1831 in due esemplari."Coelum Astronomia, febbraio 2017


Due. Non uno. Due calendari perpetui. Costruiti nel 1831. Entrambi esistenti. Di cui si sa con certezza dove si trova uno, ma non si sa con altrettanta certezza quando vi arrivò, né cosa ne fu del secondo.


Il che apre uno scenario di deliziosa complessità: è del tutto possibile che uno dei due esemplari fosse già nella sacrestia della Cappella prima del 1864, dono diretto del Professore come attesta Segre, e che il secondo sia giunto in epoca successiva per le virtuose cure della famiglia menzionata nella missiva contestatrice.


In tal caso, il vostro racconto non solo non sarebbe anacronistico — ma si rivelerebbe storicamente più accurato di quanto la contestazione supponga.


Finché la Archivista della Pia Congregazione — unica depositaria dei registri originali custoditi in quella medesima sacrestia — non vorrà illuminarci con la data precisa dell'acquisizione, la disputa rimane aperta.

E una disputa aperta, caro Claudio, è la cosa più utile che un romanziere possa desiderare.

Conservate dunque la vostra serenità. Il vostro anacronismo è, nel migliore dei casi, inesistente. Nel peggiore, condiviso con Giovanni Amedeo Plana stesso — il che, convenite, è una compagnia tutt'altro che disonorevole.



Con stima per la vostra penna, ammirazione per i vostri numeri, e curiosità per il prossimo capitolo di questa storia che — a quanto pare — non è ancora finita, e come mi avete amorevolmente anticipato sarà ambientata in quel di Bussoleno


La Vostra Whistledown Subalpina
Via Garibaldi, Torino, dinanzi alla sacrestia chiusa a chiave, Anno del Signore 2026

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