In un mondo sempre più segnato da siccità , ondate di calore e crescente pressione sulle risorse idriche, una nuova tecnologia sviluppata dal Politecnico di Torino apre prospettive concrete per produrre acqua potabile in modo più sostenibile. Il risultato nasce dall’incontro tra ricerca sui materiali, ingegneria energetica e visione climatica: trasformare il calore che oggi sprechiamo in una risorsa capace di generare acqua dolce.
Lo studio, pubblicato il 20 febbraio 2026 sulla rivista Cell Reports Physical Science, presenta un sistema sperimentale di dissalazione termica che funziona già a temperature molto basse, fino a soli 45 °C. Un valore decisamente inferiore rispetto alle tecnologie tradizionali e compatibile con molte fonti di calore residuo industriale normalmente disperse nell’ambiente.
Al centro dell’innovazione si trova un materiale tanto semplice quanto sorprendente: un idrogel bio-derivato ottenuto da alghe brune. Composto da alginato di calcio — una sostanza naturalmente presente nelle pareti cellulari delle alghe — il materiale è stato sviluppato sotto forma di piccole sfere capaci di assorbire rapidamente grandi quantità di vapore acqueo e rilasciarlo in modo controllato quando riscaldate.
In laboratorio l’idrogel ha mostrato prestazioni particolarmente elevate: in condizioni ambientali tipiche può assorbire fino a 1,28 grammi di acqua per grammo di materiale, valori nettamente superiori a quelli di molti sorbenti convenzionali come i silica-gel. Maggiore capacità di assorbimento significa cicli più rapidi e una maggiore produzione di acqua purificata.
Il principio di funzionamento cambia l’approccio classico alla dissalazione. Invece di utilizzare pressioni elevate, come avviene nell’osmosi inversa, il sistema sfrutta un ciclo di evaporazione, cattura e condensazione del vapore. In una camera sotto vuoto, l’acqua salata evapora anche a temperature moderate; il vapore viene catturato dall’idrogel e successivamente rilasciato tramite riscaldamento, condensandosi come acqua dolce separata dal sale.
Il prototipo sperimentale ha dimostrato una rimozione del sale superiore al 99% e, con una sorgente termica a 60 °C, una produttività specifica di circa 6 metri cubi di acqua al giorno per tonnellata di materiale. Numeri che collocano la tecnologia tra le soluzioni più promettenti per applicazioni di piccola scala alimentate da calore a bassa temperatura.
Il vero cambio di paradigma riguarda però l’energia. La dissalazione è tradizionalmente un processo energivoro; questa tecnologia invece valorizza il cosiddetto “calore di scarto”, presente in numerosi processi industriali, impianti energetici e sistemi infrastrutturali moderni. Ciò permette di ridurre il fabbisogno elettrico complessivo e di migliorare il bilancio di sostenibilità degli impianti.
Secondo i ricercatori del Dipartimento Energia (DENERG), la dissalazione può diventare parte di sistemi energetici integrati di multi-generazione, nei quali una stessa sorgente termica contribuisce contemporaneamente alla produzione di acqua dolce e ad altri servizi, come il raffrescamento termicamente attivato. Un aspetto particolarmente rilevante nelle regioni costiere calde, dove l’aumento delle temperature fa crescere simultaneamente la domanda di acqua e di raffrescamento.
L’innovazione si inserisce nella più ampia strategia del Politecnico di Torino dedicata alla resilienza climatica e alla gestione sostenibile delle risorse idriche. L’obiettivo non è soltanto dimostrare un principio scientifico, ma trasformare prototipi di laboratorio in soluzioni applicabili a comunità costiere, aree isolate, contesti emergenziali e industrie energivore.
I ricercatori sottolineano che il passaggio alla scala industriale richiederà ulteriori sviluppi: ottimizzazione dei cicli operativi, verifica della durata dei materiali e progettazione modulare dei sistemi. Tuttavia, i risultati sperimentali indicano chiaramente una direzione tecnologica promettente.
In un’epoca in cui acqua, energia e clima sono sempre più interconnessi, la possibilità di produrre acqua dolce utilizzando calore a bassa temperatura rappresenta molto più di un miglioramento tecnico. È l’apertura di una nuova finestra tecnologica, capace di trasformare uno scarto energetico in una risorsa vitale.
