di Giovanni Firera
L’incontro di ieri sera con Cristiana Ferrini presso le sale dell’Unione Industriali si è inserito nel consueto appuntamento tra amici di "Sotto La Mole", occasione di confronto e condivisione che ha permesso di avvicinarsi non solo al libro, ma anche alla sensibilità e alla profondità dell’autrice. È stato un momento intenso, in cui la memoria personale si è intrecciata con quella collettiva, restituendo tutta la forza di una storia che appartiene non soltanto alla famiglia Ferrini, ma all’intero mondo granata.
Il libro si muove su un doppio binario: da un lato la storia sportiva di Ferrini, dall’altro il racconto intimo di una figlia cresciuta nel mito, ma anche nella normalità di un padre presente. In questa narrazione emerge con forza il contesto storico del Torino, una squadra che porta sulle spalle il peso di una tragedia e la responsabilità di una rinascita.
Non si può comprendere Ferrini senza evocare il fantasma luminoso della Tragedia di Superga, che ha segnato per sempre il destino granata. È proprio da quella ferita che nasce una promessa: diventare “il capitano del Torino”. Una promessa che Ferrini manterrà con rigore e dedizione assoluta.
Accanto a lui, nel racconto e nella memoria, aleggia la figura romantica e ribelle di Gigi Meroni, simbolo di un calcio poetico, interrotto tragicamente. Meroni rappresenta l’anima artistica del Torino, mentre Ferrini ne incarna la solidità morale: due volti diversi ma complementari di una stessa identità.
E poi c’è il 1976, l’anno dello scudetto, l’ultimo trionfo granata. Una vittoria che non è solo sportiva, ma profondamente simbolica: il ritorno alla grandezza dopo anni di dolore e ricostruzione. Ferrini, anche se non più protagonista in campo, resta il riferimento morale di quella squadra, il custode di un’eredità che trova finalmente compimento.
In un’epoca in cui il calcio sembra spesso aver smarrito i suoi valori fondanti, questo libro riporta al centro ciò che davvero conta: l’etica, la passione, il senso di appartenenza. Diventa così non soltanto la storia di un padre, ma quella di un’idea di sport e di vita che merita di essere ricordata.
E forse è proprio questo il merito più grande dell’opera: trasformare una memoria familiare in patrimonio collettivo, restituendo al Torino e ai suoi tifosi – ma anche a chi ama il calcio nella sua dimensione più autentica – la figura di un uomo che è stato davvero, e non solo per titolo, il capitano dei capitani.
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