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| Il Presidente Sergio Mattarella con il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio |
Torino si è fermata per ricordare uno dei suoi figli più inquieti e luminosi. A cento anni dalla morte di Piero Gobetti, il Teatro Carignano ha ospitato una cerimonia solenne alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un lungo applauso ha accolto il Capo dello Stato, non solo come gesto istituzionale, ma come riconoscimento di una continuità ideale tra l’eredità gobettiana e i valori della Costituzione.
Ad accoglierlo, tra gli altri, il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, il sindaco di Torino Stefano Lo Russo e il prefetto Donato Cafagna. Proprio Lo Russo ha sottolineato come la presenza del presidente conferisca “un valore particolarmente elevato” alla giornata, richiamando il filo che unisce il coraggio civile di Gobetti alla tradizione repubblicana.
Una lectio per il presente
Cuore dell’evento, la lectio magistralis del giurista Gustavo Zagrebelsky, presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni. Il suo intervento ha rimesso al centro la nozione gobettiana di “rivoluzione liberale”: non una sommossa, ma una trasformazione morale del Paese, fondata su responsabilità, spirito critico e autonomia individuale.
Gobetti, nato a Torino il 19 giugno 1901, fu un prodigio di precocità e rigore. A 17 anni fonda la rivista “Energie Nove”. A 18 rifiuta la direzione de l’Unità offertagli da Gaetano Salvemini. Poco dopo entra in contatto con l’ambiente de Ordine Nuovo, collaborando con Antonio Gramsci, che ne apprezzava l’intelligenza e l’indipendenza.
Nel 1922 nasce la rivista “Rivoluzione Liberale”, destinata a diventare uno dei centri più vivaci dell’opposizione al fascismo. Nel 1923 avvia una casa editrice che in appena due anni pubblica oltre cento titoli, dando spazio a firme come Luigi Einaudi, Francesco Saverio Nitti, Giovanni Amendola e Eugenio Montale, di cui pubblica nel 1925 “Ossi di seppia”.
Nel suo saggio “La Rivoluzione Liberale” (1924), Gobetti definisce il fascismo come “autobiografia della nazione”, espressione dei mali cronici italiani: conformismo, pigrizia civile, infantilismo politico. Parole che ancora oggi colpiscono per lucidità e severità.
Perseguitato, esiliato, spezzato a 24 anni
Le sue idee gli costarono aggressioni e sequestri. Nel 1925 la rivista viene soppressa, le intimidazioni si moltiplicano. Il 6 febbraio 1926 sceglie l’esilio a Parigi, lasciando a Torino la moglie Ada Prospero e il figlio Paolo. Muore pochi giorni dopo, nella notte tra il 15 e il 16 febbraio, a soli 24 anni, per le complicazioni di una bronchite aggravata dalle violenze subite.
La sua scomparsa precoce ne ha fatto un simbolo: non un martire retorico, ma l’emblema di una generazione che ha pagato con la vita la fedeltà alle proprie idee.
La visita a “La Stampa”: solidarietà e libertà di informazione
Dopo la cerimonia, Mattarella si è recato in visita privata nella sede de La Stampa, in segno di solidarietà per l’assalto subito dalla redazione lo scorso novembre durante una giornata di sciopero. “I giornali sono pilastri della democrazia”, ha ricordato il presidente, ribadendo il ruolo dell’informazione libera come presidio costituzionale.
Un gesto che ha ampliato il significato della giornata: non solo memoria storica, ma riaffermazione concreta dei valori di libertà e pluralismo.
Un’eredità che interroga ancora
A un secolo dalla morte, Gobetti resta una figura scomoda e attuale. Non cercava consolazioni né compromessi: chiedeva agli italiani di crescere, di assumersi responsabilità, di abbandonare l’alibi dell’uomo forte.
Torino lo celebra come parte della propria identità civile. Ma la sua lezione supera i confini cittadini: è un invito permanente a difendere la libertà di pensiero, a coltivare il dissenso come forma alta di amore per la democrazia.
