Vitaliano Brancati, lo scrittore più meridionale d’Italia? - TORINO+

Post Top Ad

 


Post Top Ad

sabato 3 gennaio 2026

Vitaliano Brancati, lo scrittore più meridionale d’Italia?


a cura di Giovanni Firera 



Definire Vitaliano Brancati “lo scrittore più meridionale d’Italia” è un’affermazione suggestiva, ma al tempo stesso problematica. 

Lo è perché chiama in causa non soltanto un dato geografico o anagrafico, bensì una categoria culturale, quasi antropologica, che nel Novecento italiano ha assunto significati mobili, ambigui, spesso strumentali. In Brancati, più che in altri autori siciliani suoi contemporanei, l’appartenenza geografica non è mai un destino, ma una lente critica: uno strumento per osservare l’Italia intera, e non soltanto il suo Sud.

L'incontro con il prof. Massimo Schilirò organizzato giovedì sabato 9 gennaio 2026 presso l'Ortea Palace di Sicuracusa e organizzato dal Rotary Club Siracusa Ortigia in collaborazione con il Rogaract Siracusa Ortigia presieduto dall'Avv. Azzurra Musumeci 

Massimo Schilirò è professore associato di Letteratura Italiana Contemporanea presso l'Università di Catania, esperto di sociologia della letteratura, con studi su autori come Vitaliano Brancati e Italo Calvino, e pubblicazioni che trattano temi come il viaggio, la memoria e la letteratura siciliana, autore di libri come "Catania di carta" e "La misura dell’altro".

Brancati nasce in Sicilia e dalla Sicilia trae una parte essenziale del suo immaginario. Ma la sua scrittura non si lascia mai catturare dal folklore, né dall’autocompiacimento identitario. A differenza di certa narrativa meridionalista, egli non mitizza il Sud né lo trasforma in una terra dell’alterità assoluta. La Sicilia di Brancati è piuttosto un laboratorio morale, un luogo simbolico in cui si concentrano vizi, pulsioni, ipocrisie che non sono affatto esclusivi di una regione, ma appartengono all’intero corpo nazionale.

Lo storico Gianni Oliva, Antonia Brancati (figlia dello scrittore) e Giovanni Firera


In questo senso, accostarlo a Pirandello, Quasimodo e Sciascia è inevitabile, ma anche fuorviante se non si precisano le differenze. Pirandello scava nell’identità frantumata dell’uomo moderno; Quasimodo sublima il Sud in una memoria lirica e ferita; Sciascia usa la Sicilia come metafora del potere e della verità negata. Brancati, invece, sceglie la strada dell’ironia corrosiva, della commedia tragica, della satira dei costumi. Il suo sguardo non è meno profondo, ma è più obliquo: colpisce ridendo, smaschera attraverso l’eccesso.

Romanzi come Don Giovanni in Sicilia o Il bell’Antonio sono spesso letti come ritratti di una maschilità meridionale caricaturale, dominata dall’ossessione erotica e dall’onore. Ma sarebbe un errore ridurli a semplici quadri regionali. Quel maschio siciliano, vanaglorioso e impotente, non è altro che una figura emblematica dell’Italia fascista e postfascista, prigioniera della retorica virile e incapace di confrontarsi con la propria fragilità. Il Sud diventa così un teatro privilegiato, non un confine.

È qui che l’idea di “meridionalità” in Brancati si rovescia. Egli è profondamente meridionale non perché parli del Sud, ma perché ne mette in scena il rapporto irrisolto con il potere, con l’autorità, con il desiderio di riconoscimento. Un rapporto che durante il fascismo diventa nazionale. Brancati, che pure ebbe una fase di adesione al regime, seppe emanciparsene con lucidità e dolore, trasformando la sua scrittura in una forma di autocritica civile. La sua satira del conformismo, della vigliaccheria morale, dell’opportunismo intellettuale non riguarda una provincia remota, ma l’“Italietta” intera.

Roma, nella vita e nell’opera di Brancati, è decisiva. Il suo distacco progressivo dalla Sicilia non coincide con una perdita di identità, bensì con un allargamento dello sguardo. Lo scrittore siciliano diventa un intellettuale italiano ed europeo, capace di cogliere le dinamiche profonde di un Paese che cambia pelle senza cambiare davvero se stesso. La provincia, in Brancati, non è un luogo fisico: è una condizione mentale.

Per questo, forse, definirlo “lo scrittore più meridionale d’Italia” ha senso solo se si accetta un paradosso: Brancati è meridionale perché non si lascia rinchiudere nel Meridione. La sua Sicilia è uno specchio deformante in cui l’Italia guarda se stessa, riconoscendo – spesso con fastidio – le proprie meschinità, le proprie illusioni, la propria incapacità di maturare fino in fondo una coscienza civile.

Brancati non racconta un Sud arretrato contrapposto a un Nord virtuoso. Racconta un Paese intero che fatica a diventare adulto, che preferisce la rappresentazione alla verità, la posa all’autenticità. In questo sta la sua modernità e la sua scomoda attualità. Più che uno scrittore regionale, Brancati è uno scrittore morale. E forse è proprio questa la sua forma più alta, e più inquietante, di meridionalità.


PER APPROFONDIRE 



Caffé Letterario Fiorio di Torino 

TorinoFree 
Premio Internationale Vitaliano Brancati  





Post Top Ad