a cura di Giovanni Firera

Il titolo di "La Cina ha vinto" è una provocazione calcolata, non uno slogan ideologico. Alessandro Aresu lo usa come chiave interpretativa per costringere il lettore occidentale a cambiare sguardo: smettere di leggere la Cina con le categorie rassicuranti del declino imminente o dell’imitazione passiva e iniziare, invece, a decifrarne la razionalità profonda, storica e strategica.
Il libro non è un pamphlet né un’analisi congiunturale. Aresu costruisce un racconto lungo, strutturato, in cui la potenza cinese viene spiegata attraverso la sua tecnopolitica: l’intreccio stretto tra Partito, capitale, sapere tecnico e ambizione globale. La Cina che emerge non è onnipotente né priva di contraddizioni, ma è coerente. E questa coerenza — più che la forza economica in sé — è la vera posta in gioco del confronto con l’Occidente.
Uno dei meriti maggiori del volume è la capacità di sottrarsi alle letture binarie. La Cina non è descritta come alternativa “altra” al capitalismo, né come sua semplice variante autoritaria. È un sistema che ha saputo piegare il mercato a una visione politica di lungo periodo, facendo della tecnologia — dai semiconduttori all’intelligenza artificiale — uno strumento di sovranità . In questo senso, la vittoria di cui parla Aresu non è definitiva né militare: è una vittoria sul tempo, sulla pazienza strategica, sulla capacità di pensare in decenni e non in cicli elettorali.
Il confronto implicito con l’Europa è severo. Dove Pechino integra sapere tecnico e decisione politica, l’Occidente spesso separa competenze e potere, delegando il futuro a meccanismi automatici o a narrazioni consolatorie. Aresu non indulge nel catastrofismo, ma neppure nell’autoassoluzione: la fragilità occidentale nasce da un linguaggio impoverito, da una perdita di immaginazione strategica, da un’idea di progresso ridotta a gestione.
La Cina ha vinto è dunque un libro scomodo e necessario. Non chiede di “stare con” la Cina, ma di prenderla sul serio. E soprattutto chiede all’Occidente di tornare a pensarsi come soggetto storico, prima ancora che come area economica. In tempi di slogan facili e geopolitica semplificata, è una lezione di rigore intellettuale e di lucidità politica.
