A Torino, negli ultimi anni, l’Iran è entrato nel dibattito pubblico non solo come tema internazionale, ma come esperienza vissuta. Manifestazioni in piazza, incontri nelle università, momenti culturali e di confronto hanno mostrato come la comunità iraniana presente in città e in provincia segua con attenzione e partecipazione quanto accade nel Paese d’origine. La distanza geografica non ha attenuato il coinvolgimento emotivo né il senso di responsabilità civile.
È in questo contesto che si inserisce l’articolo di Giovanni Firera, Bagliori di libertà. I movimenti sociali in Iran, ieri e oggi, pubblicato su Gravità Zero, un testo che aiuta a leggere le proteste iraniane oltre l’emergenza e la cronaca immediata. Firera ricostruisce la protesta come un processo storico stratificato, che attraversa generazioni e classi sociali, mostrando come le mobilitazioni attuali si colleghino direttamente a quelle esplose dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022.
Le difficoltà economiche — inflazione, svalutazione del rial, accesso ai beni essenziali — sono spesso la scintilla iniziale. Ma, come sottolinea l’autore, la protesta in Iran raramente resta confinata sul piano materiale. In breve tempo si trasforma in una messa in discussione della struttura stessa del potere, coinvolgendo studenti, lavoratori, commercianti dei bazar, donne. È il segnale di una crisi di legittimità profonda, non più circoscritta a singoli settori della società.
Particolarmente significativa è la riflessione sulla svolta culturale prodotta dal movimento del 2022. Le donne, trasformando il corpo e la quotidianità in spazio politico, hanno incrinato uno dei pilastri simbolici del regime. Anche dopo la repressione, quell’eredità non si è dissolta: si è frammentata, diffusa, resa più resistente. Una dinamica che risuona anche a Torino, dove la protesta iraniana viene spesso raccontata attraverso voci individuali, linguaggi culturali, momenti di condivisione pubblica più che tramite strutture organizzate.
Firera evita ogni ottimismo facile. Il regime iraniano conserva strumenti repressivi potenti. Ma un punto appare chiaro: quando l’obbedienza si regge sempre più sulla coercizione e sempre meno sul consenso, qualcosa si è già spezzato. I “bagliori di libertà” non sono promesse immediate di cambiamento, ma segnali persistenti di una società che non si riconosce più nel racconto ufficiale.
Per Torino, città abituata a interrogarsi sul rapporto tra diritti, migrazioni e spazio pubblico, lo sguardo sull’Iran non è solo un esercizio di solidarietà internazionale. È anche uno specchio: un modo per riflettere su come le libertà si difendono, si perdono e si reinventano, dentro e fuori i confini nazionali.

