a cura di Giovanni Firera
C’è un paradosso che attraversa tutta la parabola artistica di Mina: essere ovunque senza esserci. Frank Pagano, nel libro Mina, affronta questa apparente contraddizione non con il tono celebrativo della biografia tradizionale, ma con l’approccio analitico di chi cerca una chiave interpretativa più ampia, quasi un modello culturale. Ne emerge un ritratto che va oltre la cantante e diventa studio di un metodo, di una strategia consapevole di costruzione dell’identità artistica come esercizio radicale di libertà individuale.
Pagano individua in Mina il caso più emblematico di come talento, disciplina e scelte coraggiose possano trasformarsi in una formula di successo durevole. Ma il cuore del libro è la centralità della libertà professionale: la capacità di sottrarsi alle aspettative del sistema, di non farsi imprigionare dai meccanismi dell’industria culturale, di scegliere tempi, modi e linguaggi del proprio lavoro senza delegarli al mercato o alla pressione mediatica.
Mina non subisce il successo, lo governa, rivendicando il diritto di stabilire confini netti tra la propria opera e la propria vita. Il tema della “replicabilità”, evocato dall’autore, non riguarda l’imitazione di una carriera irripetibile, ma l’assimilazione di un principio: la coerenza come forma di emancipazione. Il ritiro dalle scene non è una fuga, bensì un atto di autodeterminazione. È la scelta di separare l’opera dall’immagine, la voce dalla presenza fisica, il lavoro dall’esibizione permanente. In questo senso, Mina incarna una libertà rara: quella di dire no, di sottrarsi senza rinunciare alla centralità artistica. In questa traiettoria, il paragone con l’ultimo Lucio Battisti appare quasi inevitabile.
Anche Battisti, negli anni finali della sua carriera, scelse una progressiva sparizione pubblica, accompagnata da una ricerca musicale sempre più radicale e da un bisogno profondo di protezione della propria dimensione personale. In entrambi i casi, la distanza dal pubblico non segnò un impoverimento creativo, ma la nascita di un modus vivendi in cui esigenza personale e ricerca professionale trovarono un equilibrio nuovo. Mina e Battisti condividono l’idea che l’artista non sia tenuto a coincidere con il personaggio e che la libertà creativa passi, talvolta, attraverso la sottrazione. La forza del volume sta nel mostrare come l’indipendenza non sia improvvisazione, ma progetto di lungo periodo. Pagano racconta una libertà costruita nel tempo, fatta di controllo editoriale, di scelte artistiche rigorose, di una relazione con il pubblico fondata sulla fiducia e non sulla seduzione continua. In un’epoca dominata dall’ansia di visibilità, Mina rappresenta una forma alta di resistenza culturale: dimostra che l’autorevolezza può nascere anche dal silenzio. Lo stile del libro è asciutto, giornalistico, lontano dalla mitologia facile. Mina non è un’icona cristallizzata, ma un caso di studio sulla possibilità di restare fedeli a sé stessi in un sistema che spinge all’omologazione. La sua parabola, accostata a quella di Battisti, parla non solo agli artisti, ma a chiunque cerchi una traiettoria professionale fondata sull’autonomia, sulla responsabilità delle proprie scelte e su una visione a lungo termine.
Mina, nella lettura di Pagano, diventa così una riflessione civile sulla libertà: non quella proclamata, ma quella praticata, spesso pagando un prezzo. Una lezione attualissima, che invita a ripensare il successo non come esposizione permanente, ma come capacità di scegliere chi essere, quando esserlo e, soprattutto, quando sottrarsi.

