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venerdì 15 maggio 2026

Μηδὲν ἄγαν, ovvero: esageruma nen

  Il Bicerin di Claudio Pasqua
 - Il buongiorno del mattino in chiave sabauda 



Ieri al Salone, mentre il Lingotto si trasformava nel più grande agone dialettico dai tempi di Pericle — con meno togati, più cordini accreditati, e una decisamente superiore disponibilità di tramezzini — si è celebrato un piccolo miracolo culturale di cui pochi si sono accorti: la presentazione dei Dialoghi extravagantes con gli studenti di diritto greco antico di Raffaella Siracusa, con i professori Masuelli, Bontempo e — udite udite — il nostro Giovanni Firera nel ruolo di moderatore, mestiere antichissimo che i greci chiamavano συμποσίαρχος e i torinesi, più sobriamente, "re del banchetto".

Qualcuno, uscendo dalla sala, si sarà posto la domanda eterna che da Pitagora in poi attanaglia ogni studente liceale, ogni padre che paga rette, e ogni zia che chiede cosa farai da grande: a serv ëstudié 'l grech? Domanda alla quale il torinese medio risponde con quella scrollatina di spalle che è la traduzione filologicamente perfetta, in linguaggio sabaudo, dell'ἀταραξία di Epicuro.


Eppure — e qui il discorso si fa pensoso — basta grattare due millenni di patina per scoprire che tra l'Acropoli e Piazza Castello c'è meno strada di quanto si creda. L'oracolo di Delfi aveva fatto incidere sul frontone del tempio di Apollo la sentenza μηδὲν ἄγαν, "niente di troppo". I nostri nonni, con economia di mezzi degna di Lisia, l'hanno tradotta in tre sillabe: esageruma nen. Stesso concetto, stessa rigorosa diffidenza verso ogni entusiasmo, stesso sospetto che chi alza la voce abbia probabilmente qualcosa da nascondere o, peggio, qualcosa da vendere. I greci la chiamavano σωφροσύνη, noi la chiamiamo avèj giudissi. Differiscono solo per il vermouth.


Anche Socrate, a ben vedere, era torinese di adozione mancata. Il suo celebre οἶδα ὅτι οὐδὲν οἶδα ("so di non sapere") è la versione accademica del nostro bo, monosillabo con cui sotto la Mole si risponde a qualunque domanda — dall'andamento dello spread al risultato del Toro al perché del nuovo tram in via Po. Platone ci ha costruito sopra una metafisica; noi ci abbiamo costruito sopra una civiltà.


Quanto al volume in questione, il titolo è già un programma: che il diritto greco antico si studi ancora oggi, in un'aula dell'Università di Torino, davanti a studenti che probabilmente non distinguono un'enclitica da un'app, è di per sé un piccolo atto di resistenza civile. Insegnare la συγγραφή ai futuri consulenti del lavoro — e qui il presidente Bontempo annuirà piano — ha lo stesso pudore eroico del coltivare nebbiolo a quota ottocento: nessuno te lo chiede, nessuno capisce perché lo fai, ma a un certo punto qualcuno apre la bottiglia, beve, tace, e annuisce.


La professoressa Siracusa e il professor Masuelli lo sanno benissimo. Firera, da bravo direttore editoriale, ha fatto quello che fanno i moderatori riusciti: ha posto le domande giuste e si è tolto di mezzo, lasciando che i relatori si arrampicassero da soli sui propri eccelsi pendii lessicali. Tecnica peripatetica, sostanza sabauda.


Resta una sola questione aperta. Se i greci ci hanno lasciato il teatro, la democrazia e quella fastidiosa abitudine socratica di porre domande a chi voleva soltanto bersi un idromele in pace; e se i piemontesi ci hanno lasciato il vermouth, i grissini e l'inestimabile arte di non rispondere mai con più di tre sillabe — viene il sospetto che i primi abbiano inventato il dibattito e i secondi il modo più elegante per chiuderlo con un asciutto: “Mah, chissà.”

Buon Salone.  







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