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venerdì 22 maggio 2026

È morto Carlo Petrini: fondatore di Slow Food per la difesa del cibo sano nel mondo

Supplemento de Il bicerin di Claudio Pasqua


A Torino succede una cosa curiosa: appena qualcuno diventa davvero importante, la città reagisce come sempre. Con compostezza sabauda, certo. Però con una compostezza che improvvisamente produce tremila fotografie, sette post commemorativi, due ricordi “personali” e almeno un “era un caro amico”, detto da gente che una volta gli ha stretto la mano a Cheese nel 2003.





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Carlo Petrini doveva essere una delle prossime copertine di Torino +. Stavamo preparando un’intervista. C’era già quell’aria da incontro importante, uno di quelli che non fai per riempire pagine ma per ascoltare qualcuno che ha davvero cambiato il modo in cui guardiamo il mondo. Poi, come succede sempre con le persone molto vive, molto richieste e molto intelligenti, gli impegni si sono messi in mezzo. E l’intervista è rimasta lì, sospesa.


Amo dunque ricordare solo una delle dichiarazioni, oggi, una delle poche veramente sincera.


Mattarella: “Profondo cordoglio, lascia un grande vuoto”

"La scomparsa di Carlo Petrini lascia un grande vuoto non soltanto nel mondo della scienza enogastronomica, ma anche nell'intera società e non solo in Italia". Lo dice il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

"Le sue intuizioni - aggiunge - e le sue costanti sollecitazioni sulla sostenibilità, sulla necessità di preservare le tradizioni, sulla valorizzazione delle culture locali, sul rispetto dell'ambiente hanno generato una nuova consapevolezza della cultura del cibo e della sua produzione, ispirata a criteri di qualità, di genuinità, di eticità. Esprimo il mio profondo cordoglio ai familiari e a tutte le persone che hanno lavorato con lui".


Ora che se n’è andato, assistiamo infatti al fenomeno più italiano di tutti: la processione fotografica. Una rassegna infinita di immagini con Carlin. Tutti accanto a lui. Tutti sorridenti. Tutti con l’aria di chi condivideva riflessioni profonde sul destino dell’umanità e della toma piemontese. Anche di chi in vita lo criticava. 

Pare quasi un conclave gastronomico


C’è chi pubblica la foto in bianco e nero per sembrare più intellettuale. Chi scrive “un gigante”, che è la versione elegante di “non sapevo bene cosa dire”. Chi racconta di una cena memorabile del 1998 in cui Petrini avrebbe cambiato per sempre il suo rapporto con il peperone quadrato di Carmagnola. E poi ci sono quelli meravigliosi: quelli che nella foto sono palesemente in terza fila, tagliati a metà, ma riescono comunque a far sembrare l’inquadratura un’amicizia.


Manco fosse il Papa


Anzi no: peggio. Perché col Papa almeno uno si limita al selfie. Con Petrini invece parte sempre la spiegazione morale: il territorio, la biodiversità, la lentezza, il presidio, la nocciola, la civiltà contadina. Tutto giusto, per carità. Ma con quella tipica urgenza di dimostrare che “io c’ero”.


Eppure la verità è che Carlo Petrini era davvero uno di quei rarissimi personaggi che riuscivano a stare accanto ai potenti senza sembrare potente. Uno che parlava di cibo parlando in realtà di dignità, paesaggio, memoria e persone. Uno che è riuscito nell’impresa quasi impossibile di rendere internazionale una filosofia nata tra le colline, le osterie e certe discussioni infinite da fine pranzo.


E forse è proprio per questo che oggi tutti vogliono mostrare la foto con lui: perché, anche solo per un attimo, stare accanto a Carlin dava l’impressione di appartenere a qualcosa di più grande. Anche se eri lì solo per il buffet.


Torino, in fondo, funziona così. Prima fa finta di non accorgersi dei suoi personaggi migliori. Poi li celebra con discrezione. E infine tira fuori le fotografie dai cassetti come reliquie laiche.


Con molta eleganza.
E con un leggerissimo desiderio di far sapere che sì, quella volta, noi c’eravamo.



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