Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
Oggi, 21 maggio, è la Giornata Mondiale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo: un nome così lungo che, detto con flemma sabauda, rischia di finire quando il calendario è già passato alla ricorrenza successiva.
L’ha istituita l’ONU nel 2002, dopo che l’UNESCO aveva già adottato la Dichiarazione universale sulla diversità culturale. Insomma: una cosa seria. L’hanno chiamata così in modo da scoraggiare chiunque prima ancora di iniziare.
Il dubbio dura il tempo di un sorso. Poi mi alzo, prendo il tram, e scendo a Porta Palazzo, mercato più grande d'Europa, che da una sessantina d'anni è la Giornata Mondiale della Diversità Culturale ogni santo giorno dell'anno, senza che nessuno abbia mai pensato di farne un comunicato stampa.
La signora cinese del banco delle stoffe mi vede e mi dice "buongiorno dotùr". Il senegalese del banco accanto mi pesa un quarto di Castelmagno con la sicurezza di un valligiano doc. Poco più in là, una signora marocchina tratta una caciotta con un fruttivendolo calabrese trapiantato a Carmagnola nel 1972.
L’Italia non esisteva ancora come Stato, ma era già maestra nel litigare come se lo fosse. C’erano Comuni, Signorie, Repubbliche marinare, feudi, abbazie, corporazioni, mercati, pellegrini, studenti, mercanti arabi, ebrei, bizantini, tedeschi, provenzali, catalani, lombardi, veneziani, pisani, genovesi. Una diversità culturale impressionante. Il dialogo, però, avveniva spesso con strumenti che oggi definiremmo “poco inclusivi”: spade, scomuniche, dazi, assedi e matrimoni combinati.
Le città italiane erano cosmopolite da secoli. Venezia commerciava con l’Oriente, Genova dominava il Mediterraneo, Palermo mescolava culture normanne, arabe, greche e latine, Bologna attirava studenti da tutta Europa e Firenze trasformava lana e denaro in civiltà. Nei mercati circolavano lingue, monete e usanze diverse: una globalizzazione ante litteram, con più fango nelle strade e meno inglese nei comunicati.
Lo sviluppo c’era eccome: banche, università, cattedrali, botteghe, porti e fiere. Si innovava, si commerciava e si costruiva. Nessuno lo chiamava sviluppo sostenibile: era semplicemente il modo di tirare avanti, tra fiorini, fede e conti da saldare.
Insomma: la diversità culturale c’era già tutta. Mancava solo l’UNESCO.
E forse, per questo, le riunioni finivano prima.
Il bicerin: tre strati, come vuole la ricetta: uno sguardo lucido sull'attualità, una nota amara di realtà, un fondo caldo di umanità. Da leggere piano. Lo trovi ogni mattina prima delle 7:00 e si può seguire anche su: Instagram, Facebook e su Substack.