Il Bicerin di Claudio Pasqua
Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
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C’è qualcosa di imbarazzantemente britannico nell’idea del Guardian di convocare 172 tra scrittori, critici e accademici da tutto il mondo per decidere quali siano i 100 romanzi più grandi di sempre. Intitolerei la scelta “I 100 migliori romanzi secondo persone che correggono la tua pronuncia di ‘Proust’”
Il quotidiano britannico ha trasformato questa ossessione letteraria in una macchina quasi scientifica: ogni partecipante ha indicato i propri dieci romanzi preferiti in ordine di importanza, poi è entrata in scena la matematica — che, applicata alla letteratura, conserva sempre qualcosa di profondamente sospetto. Frequenza delle citazioni, peso della posizione in classifica, media ponderata: praticamente Wimbledon, ma con più adulteri ottocenteschi e meno fair play.
E così, dopo questo conclave internazionale della narrativa, sul trono è salita Middlemarch di George Eliot. Perché gli inglesi, quando devono scegliere il romanzo perfetto, optano sempre per qualcuno che soffre con eleganza in una casa umida dell’Ottocento.
Subito dietro arrivano Amatissima di Toni Morrison e Ulisse di James Joyce. Il che significa che, per essere considerato immortale, un romanzo deve almeno soddisfare uno dei seguenti requisiti: devastarti emotivamente, annientarti linguisticamente oppure costringerti a prendere appunti mentre lo leggi.
La cosa più genuina, però, è l’inevitabile indignazione dei lettori, me compreso: ogni lista dei “100 migliori romanzi” serve soprattutto a ricordare a tutti che il proprio autore preferito è stato scandalosamente ignorato.
Naturalmente nei primi venti entrano anche Anna Karenina, Guerra e pace, Orgoglio e pregiudizio, Jane Eyre: l’equivalente letterario di quei nobili piemontesi che non saltavano una stagione al Regio neppure mentre il Regno andava a fuoco.
Molto elegante anche la presenza italiana: Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa al numero 46 — e onestamente sarebbe piaciuto parecchio ai sabaudi, con tutta quella malinconia aristocratica del “cambiare tutto perché nulla cambi”. Poi Elena Ferrante con L’amica geniale e Calvino con Le città invisibili, che entra in classifica come quel parente intellettuale che parla poco ma, quando apre bocca, tutti fingono di capire immediatamente.
Grande assente: William Shakespeare. Vittima del suo principale difetto: aver scritto solo capolavori teatrali.
La vera rivoluzione, però, è un’altra: le scrittrici presenti sono più che raddoppiate rispetto alla lista del 2003. Da 16 a 36 autrici.
Allora la faccio anch’io una classifica alternativa: tra i libri più acquistati di sempre, ma fuori dai “100”. Nota rosa: a eccezione del primo, sono tutte autrici.
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William Shakespeare — stimato tra 2 e 4 miliardi di copie
(squalificato per vantaggio sleale: 400 anni di ristampe scolastiche obbligatorie) -
Agatha Christie — circa 2 miliardi
La vera macchina industriale del giallo. -
Barbara Cartland — circa 700 milioni / 1 miliardo
Letteralmente la Marvel del romanzo rosa. -
Danielle Steel — oltre 800 milioni secondo alcune stime
Ancora oggi pubblica a ritmi quasi offensivi per il resto dell’umanità. -
J. K. Rowling — oltre 600 milioni
Con solo una saga principale. Efficienza britannica.
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