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domenica 26 aprile 2026

Se lo bevrei...

 Il Bicerin di Claudio Pasqua


Il buongiorno del mattino in chiave sabauda




Dove andremo a finire, ci si domanda, ascoltando l'ultima pubblicità della Borbone: “Io non bevo caffè, ma se lo bevrei…”. E la risposta più probabile è: in cucina, dove da secoli l’Italia consuma i suoi drammi maggiori tra il fornello e la sintassi.


La pubblicità è astuta. Non vende soltanto caffè: vende il rumore lieve delle tazzine, il tepore domestico, la tovaglia con una macchia antica, e soprattutto quell’anarchia infantile per cui un fiore diventa "petaloso" e i verbi vengono piegati con la stessa serenità con cui si piegano i biscotti nel latte. La bambina non dice “se lo bevessi”, che sarebbe corretto ma un poco notarile. Dice “se lo bevrei”, che è scorretto, sì, ma possiede la grazia irresponsabile dei cuccioli e dei piccoli disastri. E poi conosce il proprio mestiere. La pubblicità trionfa non quando viene lodata, ma quando viene ripetuta; non quando convince, ma quando irrita, diverte, scandalizza abbastanza da farsi conversazione. 


Naturalmente il Paese si divide. Da una parte gli emotivi: “Che dolcezza! Mi commuove.” Dall’altra i puristi: “Meriterebbero i lavori forzati in una biblioteca!” Intere famiglie si spaccano. Coppie solide vacillano. Gente che aveva superato tradimenti e mutui si separa sul periodo ipotetico.


Immagino allora cosa direbbe Dante, che attraversando l’Inferno e giungendo a un girone nuovo, dove i dannati correggono commenti sui social senza mai riuscirci, esclama:


Nel caldo cerchio de li errori rei,
levavan l’ombre un mormorar sì rio:
“Se lo bevrei…”, né mai dicean “bevei”.


Immagino Pascoli. Sta ascoltando il frullo d’un passero, il remoto cigolio d’un carro, quel sommesso lavorìo di nidi e crepuscoli in cui egli soleva riconoscere l’universo intero. Alza gli occhi al cielo, e già gli pare che nel concavo azzurro sfavilli “sì gran pianto”.Quand’ecco, dalla finestra di fronte, una voce argentina e domestica esclama: “Se lo bevrei…”. Il poeta trasalisce come rondine sorpresa dal tuono. Gli cade di mano il taccuino. Guarda San Lorenzo con mite rimprovero e mormora: “Non bastavano le stelle cadenti?”


Alessandro Manzoni, convocato d’urgenza al Senato della Repubblica, si alza con severa compostezza. “Signori,” dice, “ho risciacquato i panni in Arno per meno di così.” Un senatore propone una commissione bicamerale sul congiuntivo. Un altro suggerisce di lasciare tutto com’è. Manzoni impallidisce e chiede il confino a Lecco.


Ma il genio della campagna è tutto qui: il caffè unisce dove la lingua divide. La moka borbotta, il pubblico litiga, il marchio prospera. In salotto si combatte per il congiuntivo con una tazzina in mano, che è la forma italiana della guerra civile.


E dove andremo a finire? Probabilmente sempre lì: a discutere di verbi con passione borbonica, indignazione sabauda e sonnolenza postprandiale. Però ben caffeinati.



Il bicerin: tre strati, come vuole la ricetta: uno sguardo lucido sull'attualità, una nota amara di realtà, un fondo caldo di umanità. Da leggere piano.



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