Il 30 aprile 1986, nel primo pomeriggio, un Macintosh del 1984 — oggetto da museo già allora, se qualcuno se ne fosse accorto — inviò dal CNUCE di Pisa un ping verso un calcolatore di Roaring Creek, Pennsylvania. Pochi millisecondi dopo, la risposta. L'Italia era in rete.
In sala c'erano forse una decina di persone. Sui giornali, il giorno dopo, neanche una riga: la stampa italiana aveva ben altro di cui occuparsi. Chernobyl era esploso quattro giorni prima, e la nuvola radioattiva era una notizia con un'urgenza ben più tangibile di un segnale invisibile partito da un seminterrato pisano. È il destino delle rivoluzioni davvero importanti: passare inosservate, finché non è troppo tardi per accorgersene.
Subito dopo Pisa, la rete arrivò al Politecnico di Torino e all'Università di Genova. Una triangolazione tecnico-scientifica del nord-ovest che oggi suona quasi profetica: erano i tre nodi di un'Italia industriale che — forse per l'ultima volta — riusciva ad arrivare al futuro insieme agli altri, e non con vent'anni di ritardo.
Vale la pena ricordarlo, in questo giorno di anniversari, perché in questa storia Torino non è una comparsa. Nove anni prima del ping pisano, il 15 settembre 1977, in città veniva posata la prima linea in fibra ottica d'Italia. Una sperimentazione dello CSELT — il Centro Studi e Laboratori Telecomunicazioni del gruppo STET — che dalla sede di via Reiss Romoli, dal 1964, faceva ricerca su quello che oggi chiamiamo telecomunicazioni e che allora era ancora un'idea di Paese: che l'Italia potesse parlare a sé stessa, e poi al mondo, su cavi più sottili di un capello e fatti di vetro.
Negli stessi corridoi, in quegli stessi anni, un ingegnere di nome Leonardo Chiariglione stava cominciando a immaginare un modo per comprimere il suono. Ne sarebbe uscito, qualche anno più tardi, un formato chiamato MP3 — quello che ha riscritto l'industria discografica mondiale, e che è nato a tre fermate di tram dal Valentino. Anche di questo, all'epoca, non si accorse quasi nessuno.
Quarant'anni dopo quel ping, l'Italia su Internet ci vive. Ci litiga, ci flirta, ci fa la spesa, ci paga le bollette, ci si arrabbia per i toni di un commento sotto una notizia di provincia. La rete è diventata l'infrastruttura invisibile della vita ordinaria, al punto che ce ne accorgiamo soltanto quando manca — e quando manca, scopriamo che mancare è esattamente il verbo giusto, perché senza Internet ci si sente improvvisamente monchi.
C'è una piccola morale, in tutto questo, che riguarda Torino in particolare. Le rivoluzioni vere non si annunciano: si lavorano. Si costruiscono in laboratori senza targhe, da gente che non ha tempo di farsi intervistare, dentro istituzioni — università, centri di ricerca, politecnici — che la cronaca ricorda di avere solo quando occorre dare una notizia di cattedra contesa o di bilancio in rosso. Eppure è da lì, da quei luoghi, che l'Italia si è connessa al mondo. Non da Roma, non da Milano: da Pisa, da Torino, da Genova.
Forse, mentre celebriamo il primo ping, vale la pena ricordarcelo. Non per nostalgia — la nostalgia, sotto la Mole, la sappiamo dosare — ma per orientamento. Quel poco di futuro che riusciamo ancora a immaginare è plausibile che venga da posti così: stanze tranquille, macchine che fanno rumore, persone che non urlano.
E una targa, magari, da scoprire tra quarant'anni.
