a cura di Giovanni Firera
Ricercatore, visionario, maratoneta, innovatore ambientale. Matteo Basei Fantolino è uno di quei rari giovani torinesi che non si accontenta di guardare il mondo attraverso un’unica lente. Dal quartiere operaio di Mirafiori alle sale riunioni di Ginevra e Detroit, dalla vigna di Barolo all’Ironman in Oman: la sua storia è un viaggio straordinario che racconta, in fondo, la storia di una Torino che vuole rinascere.
LE RADICI: DALLA FIAT ACADEMY AL MONDO
— Matteo, chi sei e da dove viene la tua storia?
Sono di Torino, ho fatto un percorso molto trasversale. Tutto è iniziato come perito meccanico, produzione e organizzazione industriale, all’Istituto Agnelli con la famiglia salesiana. Poi un anno in Fiat Academy a Mirafiori, e poi Detroit, alla Comau, nel reparto Project and People Management. Era il periodo d’oro di Marchionne, il momento in cui si pensava che la Fiat potesse fallire. Mio nonno aveva lavorato tutta la vita in Fiat: c’era questo mito del darsi da fare, tipico dei langhetti, tipico di chi viene da quella terra.
— Il mito Marchionne ti ha forgiato?
Assolutamente si. Studiavo elementari, medie, superiori, tutto nel solco della Virginia Agnelli, e il fascino era naturale. Quando Marchionne riuscì a ottenere 9 miliardi da Obama — che permisero poi di acquisire Chrysler — fu grazie a un motore bicilindrico multi-air montato sulla Fiat 500: un’innovazione tecnica con impatto ambientale ridotto e consumi notevolmente migliorati. Quella storia mi ha insegnato che tecnica, finanza, geopolitica e organizzazione non sono compartimenti stagni: sono tutto correlato.
— A Detroit hai incontrato qualcuno che ha cambiato la tua traiettoria?
Sì, ho conosciuto Matteo Barale, che è diventato il mio migliore amico. Viene da Carrù, ci siamo conosciuti proprio là, a Detroit. Oggi collaboriamo insieme su progetti concreti. È uno di quei legami che nascono nei momenti più intensi, e rimangono per sempre.
LA FORMAZIONE: TRE MASTER, UN’OSSESSIONE PER LA COMPLESSITÀ
— Dopo Detroit, il percorso si fa ancora più articolato...
Ho incontrato Walter Cantino, un personaggio straordinario: riusciva a tenere insieme il bilancio dell’Ateneo di UniTo, la revisione dei conti di Fiat, e allo stesso tempo dialogare con Carlin Petrini e Slow Food. Mi ha cambiato il modo di guardare le cose. Gli ho dedicato la ricerca che ho condotto quest’anno, al termine di tre master trasversali: sullo Slow Finance, su come declinare i valori ‘buono, pulito e giusto’ nell’ambito finanziario.
— Slow Finance: ci spieghi questo concetto?
Non significa investimenti lenti, né soltanto crescita organica. È quello che ho definito la ‘teoria reale della correlatività’: non esternalizzare i costi a carico di altri, ma rendersi consapevolmente conto del proprio perimetro di impatto. Incentivare comportamenti che io chiamo ‘energonici’ — non solo non energivori, ma capaci di produrre un saldo positivo tra consumo e produzione. La torta si può allargare, non è solo questione di redistribuire le fette.
— Tre master, più il Politecnico, più il diritto internazionale: come si tiene tutto insieme?
Collegando i puntini, un po’ come diceva Alessandro Baricco ne ‘I Barbari’. Ho fatto il Master al Politecnico in Trasformazione Digitale d’Impresa con Ernest & Young, tre anni di Master in Coaching ad alte prestazioni, poi l’International University College of Tourism sui beni comuni. Infine il Master in Diritto Internazionale Comparato Economia e Finanza, dove sono rimasto come ricercatore. Ognuno di questi percorsi mi ha dato uno strato di comprensione che gli altri da soli non avrebbero potuto offrire.
— E le esperienze all’estero?
New York, Dubai, San Francisco, Buenos Aires. E due maratone: Berlino e New York. Preparare una maratona significa fare un percorso di stabilizzazione delle abitudini, prepararsi alla sofferenza. È un allenamento alla complessità: capisci che in questo mondo ricco di incertezze non puoi più tenere separati i compartimenti stagni. Tutto è correlato.
ALTES: LA STARTUP CHE VUOLE BONIFICARE L’EUROPA
— Veniamo al progetto più concreto e dirompente: Altes. Di cosa si tratta?
Sono l’amministratore unico di Altes — Alternative Technologies and Solutions. Siamo entrati nella filiera del riciclo dell’alluminio, un settore che si pensa pulito ma che non lo è del tutto. Ogni ciclo di fusione produce dal 10 al 40% di scorie classificate in Italia come rifiuto tossico-nocivo, altamente pericoloso, inquinante, esplosivo. In Piemonte, a Carisio, ne abbiamo 500.000 tonnellate. Inquinano i campi di riso, causano problemi simili alla mucca pazza. È una bomba silenziosa.
— E Altes ha trovato una soluzione?
Abbiamo brevettato un processo tecnologico — grazie allo studio Pra Brevetti — che tratta queste scorie, bonifica i siti inquinati e nel farlo produce idrogeno verde, azzerando completamente la scoria. Genera anche policloruro d’alluminio per depurare l’acqua. Il saldo energetico è positivo: è energonico. Non solo non inquina: produce. Siamo già al quarto prototipo funzionante, stiamo dimensionando verso il quinto. Se ci metti dentro gli ingredienti, lavora e ti restituisce prodotti utili.
— Perché nessuno ci aveva pensato prima?
Non è questione di incuria. È che chi vive il mondo delle fonderie non conosce la chimica, e chi conosce la chimica non conosce le fonderie. La nostra soluzione è nata da un approccio trasversale, obliquo, che ha permesso di osservare cose su cui nessuno poneva attenzione. Il progetto nasce circa vent’anni fa per depurare l’acqua potabile in zone di scarsità idrica. Poi ci siamo accorti delle scorie. E il Politecnico di Torino ha validato tutto: sono rimasti stupiti e molto soddisfatti. Stiamo anche partecipando a un bando europeo con loro per certificare la misurazione dell’impatto.
— Avete ricevuto interesse dall’estero?
Dalla Cina ci hanno già chiesto di realizzare impianti. Ma vogliamo partire dall’Europa. Farlo funzionare prima qui, poi esportarlo. Altrimenti ce lo rubano. L’Europa deve trovare il suo spazio identitario: progetti come questo, di rigenerazione e bonifica, cofinanziati dall’UE, in collaborazione con le università, sono esattamente ciò che distingue il nostro modello dal capitalismo turbo-estrattivo americano e dal socialismo capitalista di stato cinese.
BAROLO E LA VIGNA DEL NONNO: I SOGNI DI MATTEO
— C’è anche un lato più personale, più intimo, in tutto questo?
Sì. Nel lunghissimo periodo, il mio sogno è rilanciare la cantina di vino di mio nonno. Sto vinificando a Barolo, grazie a Oscar Farinetti, nella cantina Borgogno, con vigneti a Costigliole d’Asti, località Mossione. Quella sarà la mia vecchiaia. Ma non così lontana: la sto già costruendo adesso.
Torino, spesso descritta come una città in cerca di se stessa dopo la fine dell’era industriale, forse ha già la sua risposta. Si chiama Matteo Basei Fantolino. Si chiama Altes. Si chiama Slow Finance. Si chiama la volontà di chi, cresciuto all’ombra della Mole, ha deciso di non accontentarsi di guardare il passato ma di costruire, pezzo dopo pezzo, un futuro che sia degno della città che lo ha formato.
Torino, spesso descritta come una città in cerca di se stessa dopo la fine dell’era industriale, forse ha già la sua risposta. Si chiama Matteo Basei Fantolino. Si chiama Altes. Si chiama Slow Finance. Si chiama la volontà di chi, cresciuto all’ombra della Mole, ha deciso di non accontentarsi di guardare il passato ma di costruire, pezzo dopo pezzo, un futuro che sia degno della città che lo ha formato.