A cura di Giovanni Firera
Che cosa significa oggi, per un giovane, sentirsi povero? È una domanda che non si esaurisce nei parametri economici tradizionali, né può essere liquidata con una cifra scritta in busta paga.
Viviamo in un’epoca in cui l’immaginario collettivo – alimentato senza tregua dai social media – celebra modelli di successo fondati sul consumo continuo, sull’apparenza e sulla prestazione individuale. In questo scenario, il confronto quotidiano rischia di trasformarsi in una lente deformante, capace di generare frustrazione più che aspirazione.
Il tema attraversa in profondità il dibattito pubblico, soprattutto in una fase dell’anno in cui il bilancio economico e fiscale torna al centro della discussione. Ma la questione è più ampia: come si stabilisce oggi chi è povero, chi appartiene al ceto medio e chi invece gode di reali privilegi? Gli strumenti che utilizziamo per misurare disuguaglianze e fragilità sociali sono ancora adeguati a descrivere una realtà sempre più frammentata, instabile, mutevole?
Per molti giovani, queste domande non sono astratte. Riguardano la vita quotidiana, le scelte rimandate, l’autonomia continuamente negoziata. Uno stipendio considerato “decoroso” – intorno ai 1.300 euro mensili – può risultare insufficiente quando una parte consistente del reddito viene assorbita da affitti, spese fisse e costi incomprimibili. Ciò che resta non serve tanto a consumare, quanto a tentare di costruire un futuro: progettare, immaginare, rendersi indipendenti.
Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di povertà estrema o di privazione dei beni essenziali. Il rischio è più sottile: l’interiorizzazione di un modello di riuscita personale che misura il valore in termini di visibilità e performance. Un modello che, anziché stimolare, finisce per amplificare il senso di inadeguatezza, minando il rapporto con gli altri e con se stessi.
Lo confermano anche le analisi più recenti. Una ricerca condotta su oltre mille giovani tra i 16 e i 35 anni mostra come le condizioni economiche e lavorative incidano direttamente sulle aspettative di vita. I redditi medi restano bassi, la stabilità contrattuale è incerta e, quando arriva, non sempre garantisce una reale sicurezza. Ne deriva una fiducia debole nelle istituzioni e nel futuro collettivo, compensata solo in parte da una maggiore fiducia nelle proprie capacità individuali. È uno scarto significativo, che racconta una generazione costretta a fare affidamento su se stessa più che su un sistema percepito come fragile.
In questo contesto si inseriscono anche le parole di Papa Leone XIV, che invitano a guardare alla povertà non solo come mancanza di risorse materiali, ma come condizione relazionale ed emotiva. Una povertà fatta di confronto continuo, di fatica nel costruire un’identità, di solitudine in un ambiente competitivo. Non una condanna del consumo in sé, ma un richiamo alla necessità di spazi di ascolto, di relazioni autentiche, di luoghi in cui non sentirsi costantemente messi alla prova.
Raccontare queste esperienze significa dare voce a storie diverse, spesso contraddittorie. C’è chi si riconosce povero e chi no, chi vive i social come una pressione insostenibile e chi li considera uno spazio di relazione reale. Più che offrire risposte definitive, queste narrazioni aprono interrogativi: esiste una povertà che non si vede? Quanto pesa l’assenza di riferimenti credibili, di istituzioni imperfette ma affidabili, di comunità capaci di accogliere senza giudicare? E soprattutto: in un contesto così complesso, è ancora possibile generare speranza?
