- Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
Il 30 giugno è una data che passa sempre in sordina. Nessuno le dedica canzoni, nessuno organizza cenoni, nessuno si scambia auguri. Eppure è uno spartiacque spietato: significa che metà dell'anno se n'è andata. Sei mesi evaporati con la stessa eleganza con cui spariscono i calzini nella lavatrice.
A gennaio eravamo tutti pieni di entusiasmo. Palestra tre volte alla settimana, alimentazione sana, meno tempo sui social, più libri, meno spese inutili. Dopo una settimana avevamo già trovato un'ottima motivazione per rimandare tutto a febbraio. A marzo è arrivata la primavera, ad aprile c'erano i ponti, a maggio "ormai aspettiamo l'estate". Ed eccoci qui, il 30 giugno, pronti a promettere che da luglio cambierà tutto. Certo. Come no.
L'Italia, però, ha un rapporto molto particolare con il calendario. Per noi l'anno non comincia il primo gennaio. Quella è solo una formalità burocratica, utile soprattutto a cambiare il calendario appeso in cucina e a dimenticare di scrivere la data giusta sui documenti.
Il vero Capodanno italiano arriva a settembre. È lì che ricominciano le scuole, riprendono i lavori seri, si acquistano quaderni, agende, buoni propositi nuovi di zecca e si pronuncia la frase più ottimista della lingua italiana: "Quest'anno mi organizzo meglio."
Naturalmente durerà fino alla seconda settimana del mese.
Così il 30 giugno diventa una specie di tagliando di metà percorso. Un momento in cui si scopre che la lista delle cose fatte è sorprendentemente corta, mentre quella delle cose rimandate ha ormai assunto le dimensioni di un'enciclopedia.
Ma non c'è da preoccuparsi. Siamo italiani. Abbiamo inventato l'arte di rinviare con stile. Se qualcosa non è stato fatto entro giugno, c'è sempre luglio. Se non luglio, agosto è improponibile. E allora settembre. Del resto, l'anno nuovo, quello vero, deve ancora arrivare.