Torino è una città razionale, ordinata, geometrica. Ha i portici, i controviali, le piazze disegnate col righello e quella compostezza sabauda per cui anche il mistero, prima di manifestarsi, probabilmente chiede permesso. Eppure, sotto questa superficie da capitale seria e ben pettinata, Torino conserva da secoli un’anima inquieta, fatta di leggende, simboli, racconti esoterici, fantasmi, porte del diavolo e statue che forse guardano dove non dovrebbero.
Il torinese medio, naturalmente, non ci crede. Figuriamoci. Lui è superiore a certe cose. Però poi, passando in Piazza Statuto di sera, accelera leggermente il passo. Non per paura, ci mancherebbe. Solo perché “fa fresco”.
La prima grande leggenda è proprio quella della Torino magica, divisa tra magia bianca e magia nera. Secondo la tradizione esoterica, la città sarebbe uno dei vertici di due triangoli: uno benefico, insieme a Lione e Praga, e uno oscuro, con Londra e San Francisco. Insomma, mentre altre città si accontentano di essere gemellate con località amene, Torino pare abbia preferito iscriversi direttamente al condominio dell’occulto internazionale.
Il cuore della Torino “nera” viene spesso indicato in Piazza Statuto, luogo già carico di storia, lutti e suggestioni. Qui si trova il monumento al traforo del Frejus, con quell’angelo sulla sommità che molti, con una certa fantasia e una buona dose di inquietudine, identificano con Lucifero. Ufficialmente è un genio alato. Ufficiosamente, per molti torinesi, è meglio non fissarlo troppo a lungo, soprattutto dopo le nove di sera e dopo aver visto certi prezzi degli affitti.
Dall’altra parte della città, invece, si parla della Torino “bianca”, più luminosa, protettiva, spirituale. Piazza Castello, la Gran Madre, il Po, le colline: qui il mistero cambia tono. Non più ombre e diavoli, ma energie positive, simboli sacri, presenze benefiche. Che poi, conoscendo Torino, anche la magia bianca probabilmente si presenta con cappotto cammello, passo elegante e un “buongiorno” appena accennato.
Tra le leggende più famose c’è poi quella del Portone del Diavolo, a Palazzo Trucchi di Levaldigi, in via XX Settembre. Il portone esiste davvero, ed è magnifico: scolpito, ricco, teatrale, con un batacchio che raffigura una testa demoniaca. La leggenda racconta che sia comparso all’improvviso, dopo invocazioni notturne di uno stregone troppo curioso. Il Diavolo, disturbato, avrebbe deciso di imprigionarlo per sempre dietro quel portone. Una punizione severa, certo, ma Torino è pur sempre la città dove anche il peccato deve rispettare il regolamento condominiale.
A rendere tutto più gustoso c’è il fatto che l’edificio, nei secoli, sia stato associato anche a racconti di omicidi misteriosi e presenze inquietanti. Una ballerina pugnalata durante una festa, un delitto senza colpevole, stanze eleganti e segreti mai del tutto chiariti. Roba che oggi diventerebbe una serie Netflix in otto puntate, con titolo inglese e fotografia blu.
E poi c’è la Gran Madre, una chiesa che sembra messa lì apposta per alimentare teorie. Secondo alcune leggende, una delle statue davanti all’edificio indicherebbe il luogo in cui sarebbe nascosto il Sacro Graal. Naturalmente nessuno lo ha mai trovato, ma questo non impedisce a generazioni di curiosi di osservare quelle statue con l’aria di chi sta per risolvere un enigma millenario. Il tutto mentre un torinese passa accanto e pensa: “Sì, va bene il Graal, ma intanto dove parcheggio?”.

Non possono mancare le storie sui sotterranei di Torino. La città, con le sue gallerie, i suoi passaggi, le sue cripte e i suoi cunicoli, sembra fatta apposta per alimentare racconti di percorsi segreti. C’è chi immagina vie nascoste tra palazzi, chiese e residenze sabaude; chi parla di antichi laboratori alchemici; chi vede nella Torino sotterranea una seconda città, più buia e misteriosa, sotto quella ufficiale. In fondo è molto torinese: sopra la facciata impeccabile, sotto il segreto.
Anche i Savoia entrano naturalmente nel grande album delle leggende. Re, regine, madame reali, alchimisti, astrologi, consiglieri misteriosi: più una dinastia è antica, più produce racconti. Non importa quanto ci sia di documentato e quanto di romanzato: il fascino sta proprio lì, nel confine incerto tra cronaca e suggestione. Torino è maestra in questo: non ti dice mai tutto, ti lascia sempre un dubbio educato.
Il bello è che queste leggende continuano a vivere proprio perché nessuno vuole ammettere di crederci davvero. Il torinese le racconta con distacco, quasi con fastidio. “Sono tutte stupidaggini”, dice. Poi però accompagna gli amici in visita a vedere il Portone del Diavolo, indica Piazza Statuto con tono grave, racconta della Gran Madre e conclude: “Io non ci credo, eh”. Frase tipica di chi, sotto sotto, ci crede abbastanza da non voler provocare nessuno.
Forse Torino piace tanto anche per questo. Perché non è solo musei, cioccolato, vermouth, tram e portici. È anche una città che sa custodire le proprie ombre senza urlarle. Una città che può essere razionale al mattino, esoterica al pomeriggio e leggermente inquietante dopo cena.
E allora facciamo pure finta di non crederci. Continuiamo a dire che sono solo leggende, invenzioni, suggestioni per turisti e guide serali. Però, quando passiamo davanti al Portone del Diavolo, magari evitiamo di bussare troppo forte.
Non si sa mai. A Torino anche il Diavolo, se disturbato, potrebbe rispondere con un seccatissimo: “Prego, aveva appuntamento
