Chi è lo Smemorato di Collegno: il mistero più italiano del Novecento raccontato alla piemontese - Torino Plus – News, eventi e approfondimenti su Torino

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lunedì 8 giugno 2026

Chi è lo Smemorato di Collegno: il mistero più italiano del Novecento raccontato alla piemontese

 


In Piemonte esistono persone prudenti, persone molto prudenti e poi ci sono i piemontesi che, prima di dichiarare che piove, aprono la finestra tre volte, consultano il barometro e chiedono conferma a un cugino di Cuneo. Eppure, neppure tutta questa cautela bastò a risolvere uno dei più grandi enigmi della storia italiana: quello dello Smemorato di Collegno.


La vicenda inizia in un'Italia molto diversa da quella di oggi. Siamo negli anni Venti, pochi anni dopo la fine della Prima guerra mondiale, una tragedia che aveva lasciato centinaia di migliaia di morti, dispersi e famiglie sospese nell'incertezza. Molti soldati non tornarono mai a casa e per anni mogli, madri e figli continuarono a sperare in un ritorno impossibile.


In questo clima di dolore e attesa, il 10 marzo 1926 accade qualcosa di straordinario.


Nel cimitero ebraico di Torino viene fermato uno strano individuo sorpreso mentre cerca di portare via un vaso di rame. Gli agenti lo interrogano, ma l'uomo sembra completamente smarrito. Non sa dire chi sia, da dove venga e nemmeno come si chiami. È confuso, parla poco e sostiene di non ricordare assolutamente nulla del proprio passato. Viene così trasferito al manicomio di Collegno, alle porte di Torino.


Da quel momento il misterioso sconosciuto diventa semplicemente "lo smemorato".


Fin qui sembrerebbe una normale storia di cronaca. In fondo, in un Paese appena uscito dalla guerra, un uomo traumatizzato e senza memoria non era un caso impossibile.


Ma qui entra in scena l'ingrediente che trasforma la vicenda in un romanzo degno di Pirandello.


Dopo la pubblicazione della sua fotografia sui giornali, una donna si presenta a Collegno. È Giulia Canella, moglie del professor Giulio Canella, insegnante di filosofia e ufficiale dell'esercito disperso durante la Grande Guerra. Lo guarda e non ha dubbi: quello è suo marito. Magari più invecchiato, più provato, ma è lui. Finalmente il disperso è tornato a casa.


Sembra il classico lieto fine.


Peccato che pochi giorni dopo arrivi una seconda famiglia.


Secondo loro quell'uomo non è affatto il professor Canella. È invece Mario Bruneri, tipografo torinese, piccolo truffatore con precedenti penali e una certa familiarità con tribunali e questure.


A questo punto l'Italia intera si ritrova davanti a un dilemma degno di una commedia dell'assurdo.


Chi è veramente quell'uomo?


Un rispettato professore disperso in guerra e miracolosamente ritrovato?


Oppure un tipografo che, per evitare guai giudiziari, ha trovato il modo più originale possibile per sfuggire alla legge: dimenticarsi perfino il proprio nome?


I giornali impazziscono.


Oggi parleremmo di caso mediatico. Negli anni Venti era qualcosa di ancora più grande. Per mesi e poi per anni gli italiani discutono dello Smemorato nei caffè, nelle osterie, nei salotti e nelle piazze. C'è chi sostiene Canella e chi sostiene Bruneri. Una specie di derby nazionale senza pallone.


Nel frattempo iniziano processi interminabili.


Vengono confrontate fotografie, firme, testimonianze, ricordi d'infanzia e perfino particolari anatomici. Gli esperti analizzano ogni dettaglio immaginabile. I giudici ascoltano decine di testimoni.


In pratica l'Italia inventa il true crime novant'anni prima di Netflix.


La vicenda assume persino una dimensione politica. Siamo infatti nell'Italia fascista, dove la stampa è controllata e i grandi casi giudiziari diventano anche strumenti di propaganda e dibattito pubblico. Lo Smemorato finisce per rappresentare molto più di una semplice disputa sull'identità: diventa una riflessione sul rapporto tra memoria, verità e giustizia.


Nel corso degli anni emergono prove sempre più favorevoli all'identificazione con Mario Bruneri.


La più importante è quella delle impronte digitali. Gli investigatori recuperano le impronte lasciate da Bruneri in occasione dei suoi precedenti arresti e le confrontano con quelle dello Smemorato. La corrispondenza appare evidente. Per i tribunali il caso è praticamente chiuso.


Ma qui arriva il colpo di scena più piemontese dell'intera faccenda.


La sentenza stabilisce che l'uomo è Bruneri.


La moglie di Canella risponde sostanzialmente: «Grazie del parere, ma per me resta mio marito».


E continua a vivere con lui.


I giudici dicono Bruneri.


Lei dice Canella.


Lui probabilmente continua a non sapere bene cosa rispondere.


Nel 1931 la Corte d'Appello di Firenze conferma definitivamente che lo Smemorato è Mario Bruneri. Eppure la famiglia Canella non accetta il verdetto. Terminati i problemi giudiziari, Giulia Canella si trasferisce con l'uomo in Brasile, dove vivranno insieme per anni e avranno altri figli.


La storia avrebbe già abbastanza materiale per dieci romanzi, ma non è ancora finita.


Negli anni il caso ispira libri, spettacoli teatrali, film e persino opere di Luigi Pirandello, il grande autore che più di tutti aveva raccontato il tema dell'identità e delle maschere umane. Ancora oggi molti studiosi vedono nello Smemorato una delle vicende più pirandelliane della storia italiana.


Nel 1962 arriva anche un celebre film con Totò, che trasforma il dramma in commedia, dimostrando che in Italia perfino un enigma giudiziario può diventare materia per ridere.


Passano decenni.


Muoiono i protagonisti.


Cambiano governi, tecnologie e generazioni.


Ma il mistero continua a sopravvivere.


Poi arriva la scienza moderna.


Nel 2014 vengono effettuati confronti genetici tra i discendenti certi di Giulio Canella e quelli dello Smemorato. I risultati non confermano l'identificazione con Canella e rafforzano ulteriormente la conclusione già raggiunta dai tribunali: l'uomo di Collegno non era il professore disperso, bensì Mario Bruneri. Dopo quasi novant'anni, il DNA sembra mettere la parola fine alla vicenda.


Eppure il fascino della storia non dipende dalla soluzione.


Perché il vero miracolo dello Smemorato di Collegno è un altro.


Un uomo senza identità riuscì a diventare una delle persone più famose d'Italia.


Un uomo che non ricordava il proprio nome costrinse giudici, medici, giornalisti, scrittori e politici a discuterne per quasi un secolo.


E soprattutto riuscì in un'impresa che qualunque piemontese considererebbe leggendaria: creare una discussione infinita senza che nessuno riuscisse a mettere davvero d'accordo tutti.


In fondo, forse, il mistero dello Smemorato non riguarda chi fosse davvero quell'uomo.


Riguarda quanto sia difficile per gli esseri umani rinunciare a una storia in cui desiderano credere.


E questa, più che una vicenda giudiziaria, è una lezione di storia che vale ancora oggi.


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