- Il buongiorno del mattino in chiave sabauda
Il 1° luglio 1967 l'Italia scoprì che non bastava più scrivere "Torino" sulla busta: bisognava premettere un numero, come se la città, da sola, non si fidasse più di farsi trovare.
Le Poste, va detto, non lesinarono sull'annuncio. Conferenza stampa, manifesti, adesivi sulle cassette, francobolli celebrativi e perfino la televisione mobilitata in pompa magna: Gianni Morandi, Gino Bramieri, Raffaella Carrà, Gianni Boncompagni, Ugo Tognazzi, tutti a spiegare agli italiani in poltrona che cinque cifre avrebbero salvato la corrispondenza nazionale. Corrado chiudeva gli spot con un "CAP! Capito?" che oggi farebbe arrossire qualunque pubblicitario, ma all'epoca passava per arguzia.
Il bello è che il codice, nato per essere letto dalle macchine, per anni continuò a essere letto dagli uomini, gli stessi che poi caricavano i sacchi su furgoni e treni esattamente come prima. La rivoluzione tecnologica, come spesso accade da queste parti, arrivò annunciata con squilli di tromba e si materializzò con la calma di chi a Torino non corre mai, nemmeno verso il futuro.
Resta il numero. Dieci, ventitré, da quasi sessant'anni: l'unica vera carta d'identità che nessuno ha mai pensato di farci rinnovare.
