TORINO: il rumore che abbiamo progettato - TORINO +

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giovedì 26 febbraio 2026

TORINO: il rumore che abbiamo progettato

Di Claudio Pasqua


Torino è una città che si capisce anche a occhi chiusi. Basta ascoltarla.
Perché il suono - e soprattutto la sua assenza - non è un dettaglio: è un indicatore. Dice cosa abbiamo scelto di privilegiare, come ci muoviamo, quanto spazio concediamo alla relazione e quanto alla pura velocità.

Questa conferenza parte da un’idea semplice e spiazzante: il rumore non è solo un effetto collaterale, è spesso la firma di un modello urbano. E il silenzio, lontano dall’essere nostalgia, può diventare una misura concreta di qualità della vita e di giustizia dello spazio pubblico.

Con sguardi diversi e complementari, proveremo a leggere Torino come un organismo storico e contemporaneo, capace di trasformare la propria memoria in energia critica: non per celebrare il passato, ma per immaginare una città più attenta, più sana, più abitabile.

Intervengono: Piero Carcerano, Rossana Becarelli, Liborio Termine

Torino non è solo una città: è un dispositivo. Un dispositivo che, nei secoli, ha organizzato potere, lavoro, mobilità e vita quotidiana attraverso forme urbane capaci di produrre ordine, rappresentazione, disciplina. In questa conferenza proponiamo una lettura critica di Torino a partire da un indicatore tanto invisibile quanto decisivo: il silenzio. Non il silenzio come nostalgia o vuoto, ma come qualità urbana misurabile e come bene comune, rivelatore delle priorità politiche e dei modelli di sviluppo.

Dal progetto di capitale ducale – in cui l’impianto urbano di Vitozzi e, più tardi, la messa in scena barocca dei Castellamonte costruiscono “stanze civiche” fatte di portici, quinte, proporzioni e ritmi – fino alle fratture dell’età industriale e dell’automobile, il paesaggio sonoro di Torino racconta un passaggio cruciale: la città smette di essere soprattutto spazio pubblico e diventa macchina di produzione e scorrimento. Il rumore non è un semplice effetto collaterale: è l’impronta fisica e culturale di un paradigma, la prova che il progresso “funziona”, anche quando consuma salute, attenzione, relazioni e senso di appartenenza.

La lente del silenzio permette di leggere le contraddizioni torinesi senza retorica: una trasformazione rapida nelle funzioni (fabbriche, infrastrutture, grandi flussi) e spesso più lenta nella qualità (spazio pubblico, comfort, equità ambientale). Oggi, nella crisi climatica e sociale, questa tensione diventa occasione progettuale: resilienza non significa solo difendersi, ma ripensare la città come ambiente di cura. Ombra, acqua, suolo permeabile, verde, mobilità meno invasiva e prossimità non sono “aggiunte” estetiche: sono infrastrutture che ricostruiscono microclima, riducono stress e restituiscono ascolto alla vita urbana.

Con il contributo di sguardi complementari – architettonico, cinematografico e medico-antropologico – la conferenza invita a una domanda semplice e radicale: quale città stiamo progettando quando progettiamo (o tolleriamo) il rumore? E, soprattutto, come può Torino trasformare la propria memoria non in mito, ma in energia critica per un presente finalmente capace di diventare progetto.

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