Gianni Oliva: il Novecento raccontato senza retorica - TORINO+

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venerdì 16 gennaio 2026

Gianni Oliva: il Novecento raccontato senza retorica




Questo mese abbiamo dedicato la copertina del mese di gennaio a Gianni Oliva, riconoscendone il valore culturale e il contributo al dibattito storico e civile del Paese.


Gianni Oliva è uno storico, saggista e divulgatore italiano tra i più attenti allo studio del Novecento e della storia nazionale. Attraverso una rigorosa ricerca documentaria unita a una scrittura chiara e accessibile, ha contribuito a portare al grande pubblico temi complessi e spesso controversi della memoria collettiva italiana, affiancando all’attività di studioso quella di docente e di interprete critico della società contemporanea. 

L'intervista è curata da Giovanni Firera, direttore editoriale di Torino Plus

Da scrittore, come riesce a mantenere equilibrio tra rigore documentario e capacità narrativa? Quanto conta la divulgazione per rendere la storia accessibile senza impoverirla?


Non sono elementi in contrasto tra loro. Il rigore nasce dalla serietà
con cui si studiano i documenti e la bibliografia per giungere ad
un’interpretazione: la “scrittura” viene dopo, e deve rispondere a criteri
di semplicità per essere comprensibile a tutti e non solo agli addetti ai
lavori



Nella sua esperienza di storico, qual è stato l’evento o il periodo che più l’ha colpita durante le sue ricerche, e perché?


Come esperienza di ricerca, quella ai National Archives di Washington:
lì si trova davvero tutta la storia del mondo degli ultimi 100 anni! Di
meglio ci sono solo gli Archivi Vaticani: fossero accessibili senza
restrizioni, si potrebbero riscrivere chissà quante pagine del passato!

Da sociologo, quali mutamenti della società italiana degli ultimi decenni le sembrano più significativi e come incidono sulla lettura del passato?


L’insegnamento arricchisce per definizione, qualunque sia la disciplina
insegnata: significa aver un rapporto diretto con le generazioni nuove,
coglierne gli umori, le richieste, le attitudini culturali. Negli anni Settanta,
quando ho iniziato, c’era grande interesse per la storia, anche se spesso
viziata dall’ideologia. Oggi si vive di corsa, in un presente sempre più
breve: non c’è tempo per il passato. E la storia, di conseguenza, è assai
meno in onore

Lei ha spesso affrontato temi sensibili della storia nazionale: c’è un argomento su cui ha percepito maggiori resistenze o fraintendimenti nel pubblico?


La questione della frontiera adriatica (foibe, esodo giuliano-dalmata)
è stata la più controversa, tra negazioni e appropriazioni indebite. La
questione degli anni di piombo e di tritolo, invece, mi sembra la più
sottovalutata: abbiamo chiuso le ferite degli anni Settanta senza
domandarci perché c’è stato il terrorismo, di quante complicità di è
avvalso

Quanto ha influito la sua attività di docente sul suo modo di interpretare la società e di raccontare la storia nei suoi libri?


L’attività di docente è essenziale per capire che quando si parla (o
quando si scrive) di storia essenziale è la chiarezza con cui si espongono i
fatti. Molto spesso le ricerche accademiche sono analisi e riflessioni,
magari pregevolissime, ma riservate agli esperti: la storia è “racconto di
fatti”, l’interpretazione non deve essere una noiosa premessa astratta,
deve emergere dal modo in cui i fatti vengono ricostruiti.

Nel suo percorso di ricerca, quale documento d’archivio o testimonianza ha rappresentato una vera “svolta” interpretativa?


Non credo ci siano “documenti chiave” che determinano svolte
interpretative. La storia non è una materia oggettiva che approda alla
“verità”: la storia nasce dalle domande che il presente pone al passato,
cambiando il presente cambiano le domande, gli interessi, a volte gli
stessi sistemi valoriali. Pensi al concetto di “patria”; nel XIX secolo era
un’idea fresca di libertà, di progresso, di indipendenza; all’inizio del
Novecento si è trasformata in un’idea aggressiva di superiorità di una
nazione sull’altra che ha portato alla catastrofe del 1914-18; nel regime
fascista è diventata esasperazione nazionalista. Da questo punto di vista
non c’è un documento che suscita “svolte”: c’è il progressivo
superamento di una visione e la ricerca di orizzonti di ricerca nuovi

Secondo lei, quali sono oggi le nuove “rimozioni collettive” della società italiana, paragonabili a quelle che lei ha analizzato in passato?


Il terrorismo, come le ho detto: abbiamo pensato che avendo arrestato
la maggior parte dei responsabili rossi e neri, il problema fosse archiviato.
Non ci siamo domandati quante responsabilità ci fossero nel clima
arroventato di quegli anni, a cui tanti hanno contribuito: quando nei
cortei si scandisce “se vedi un punto nero spara a vista, o è un carabiniere
o è un fascista” o, dall’altra parte, “contro il comunismo la gioventù si
scaglia, boia chi molla è il grido di battaglia”, si crea un retroterra di
assuefazione alla violenza da quale germogliano coloro che poi usano la P
38 o il tritolo. E’ sempre tra le smagliature della coscienza collettiva che si
infiltrano le derive.

Se dovesse tracciare una linea di continuità tra il Novecento e il presente, quali elementi di fragilità e quali di forza emergono dalla nostra identità nazionale?


L’elemento di forza nella linea di continuità di forza è l’innovazione
tecnologica: abbiamo inventato di tutto e di più, sino all’Intelligenza
artificiale. L’elemento di debolezza è che oggi, come trent’anni fa, non
abbiamo ancora imparato a dominare la tecnologia: possiamo fare e
apprendere troppe cose rispetto a quelle che riusciamo a gestire.

Guardando al futuro degli studi storici, quale ruolo dovrebbero avere le nuove tecnologie – dagli archivi digitali all’intelligenza artificiale – nel lavoro del ricercatore e nella didattica?



Le nuove tecnologie sono benvenute nella ricerca storica: con
l’Intelligenza Artificiale è possibile raccogliere una quantità incredibile di
documenti. Questo non significa sostituire il lavoro dello storico con l’IA: è
comunque solo il ricercatore che può trasformare quella documentazione
in interpretazione.





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